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Tra Possesso e Appartenenza: L’Analisi di Francesco Garofalo sulle Parole che definiscono le Relazioni

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In un periodo in cui ogni parola impiegata per definire un rapporto viene esaminata alla luce di un’aggressività che, in alcuni casi, può assumere risvolti tragici, come dimostra la cronaca quotidiana. Gli analisti si impegnano nella comprensione delle motivazioni di natura psicologica, culturale ed emotiva che sottendono a simili comportamenti. Attualmente, la parola sotto esame è l’aggettivo possessivo utilizzato per indicare il legame con un partner, come “mia ragazza”, “mia moglie” o “mia compagna”. È una parola intrisa di significati complessi, che possono essere analizzati da un punto di vista sociologico e psicologico. Questa espressione linguistica riflette il modo in cui la società e l’individuo concepiscono la relazione di coppia.

Dal punto di vista sociologico, l’uso di aggettivi possessivi nelle relazioni sentimentali può riflettere le dinamiche di potere e le convenzioni sociali, specialmente in relazione al concetto tradizionale di potere maschile sulla donna. La società, tradizionalmente, ha conferito un senso di appartenenza e controllo attraverso l’utilizzo di tali espressioni. Questo fenomeno può essere collegato a modelli culturali più ampi in cui le relazioni sono spesso definite da ruoli specifici e aspettative sociali.”
Dal punto di vista psicologico, l’utilizzo di aggettivi possessivi può essere analizzato in relazione al concetto di attaccamento e sicurezza emotiva. L’impiego del termine “mio” per riferirsi al partner potrebbe suggerire un senso di protezione, familiarità e appartenenza. Tuttavia, è importante considerare che questo linguaggio può altresì riflettere una visione più possessiva e limitante delle relazioni, implicando un grado di controllo che potrebbe non essere salutare, ma, anzi, controproducente.
È interessante notare che l’affetto e l’amore vengono distinti dall’aggettivo possessivo. L’amore viene definito come rispetto senza possedere, suggerendo una prospettiva più aperta e rispettosa delle individualità all’interno della relazione. Questa distinzione può indicare un desiderio di separare l’aspetto emotivo della relazione dalla proprietà o dal controllo, promuovendo così un legame equilibrato e armonioso
Inoltre, la riflessione sulla natura dell’appartenenza e del possesso può portare a considerare la possibilità di abolire l’uso della parola “mio” per descrivere un partner. Questo suggerisce un cambiamento di paradigma, in cui si riconosce l’importanza di relazioni basate sulla reciprocità, sull’uguaglianza e sulla libertà individuale.
In conclusione, l’analisi sociologica e psicologica dell’aggettivo possessivo utilizzato nelle relazioni di coppia rivela la complessità delle dinamiche interpersonali e la loro interazione con le convenzioni sociali. La consapevolezza di queste sfumature linguistiche può contribuire a una riflessione più approfondita sulla natura delle relazioni e sulla scelta consapevole delle parole che le definiscono.
L’aggettivo possessivo può diventare motivo di orgoglio quando viene utilizzato per esprimere un legame positivo e costruttivo con qualcosa o qualcuno? Questo orgoglio può derivare da vari contesti, come l’appartenenza a una famiglia, la condivisione di successi con un gruppo o la relazione con un partner. Alcuni esempi di come l’aggettivo possessivo possa essere identificato come un aspetto positivo. Famiglia: Utilizzare aggettivi possessivi come “mio padre” o “mia madre” “ mia sorella”può essere motivo di orgoglio quando si fa riferimento a figure che hanno svolto e svolgono un ruolo significativo nella vita di qualcuno. Questo legame può essere associato a sentimenti di amore, rispetto e gratitudine. L’aggettivo possessivo puo essere positivo nelle relazioni personali quando ad esempio si afferma: “ il mio successo” che può riflettere una sana autostima e un senso di realizzazione personale.
Quando l’aggettivo possessivo diventa una micidiale arma contro l’altro. Nelle relazioni amorose, tuttavia, l’utilizzo di aggettivi possessivi, come “il mio partner” o “la mia compagna”, può rappresentare non un motivo di orgoglio o fierezza, ma piuttosto un legame basato sul possesso della persona, in cui la comprensione reciproca è assente e l’egoismo sfrenato dell’altro prevale. Proprio a causa dell’eccesso di potere che si cerca di esercitare sull’altro, si possono manifestare comportamenti estremi che dimostrano il senso di possesso nei confronti dell’altra persona, osservata e considerata come oggetto di proprietà: un’assertività che si traduce in frasi del tipo “Sei mia e non di nessun altro”. Questo atteggiamento, tuttavia, denota la mancanza di rispetto per l’identità e la libertà individuale dell’altro, soffocate da comportamenti compulsivi e, in alcuni casi, addirittura omicidiari. L’annientamento e gli atti violenti emergono come tragici segni di una realtà in cui la possessività sfocia nell’annullamento dell’altro, come dimostrano le cronache degli ultimi tempi.
Utilizzare l’aggettivo possessivo può indicare anche l’ appartenenza a un determinato gruppo: come “il mio team” o “i miei amici” “la mia squadra”, la “ mia compagine”. In questo contesto, l’orgoglio può derivare dalla condivisione di esperienze, valori o interessi comuni. Tuttavia sarebbe opportuno che la parola mia venisse sostituita con un’altra parola, tipo la “squadra del cuore”, il “team cui aderisco”…in questo modo si toglie il possesso e si attribuisce al rapporto ciò che il rapporto è reale: cioè la temporaneità dell’appartenenza: in sintesi togliere il possesso dall’affetto, amare senza attaccamento possessivo.
E’ importante, quindi, notare che l’orgoglio legato all’aggettivo possessivo può diventare problematico se trasforma il legame in un senso di possesso e controllo e se sfocia in un atteggiamento esclusivo o possessivo nei confronti di altre persone. La chiave è coltivare un orgoglio sano e costruttivo che enfatizzi la connessione, il rispetto reciproco e la valorizzazione delle individualità all’interno dei legami personali ( Francesco Garofalo)