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Suoni, parole e identità: il viaggio canadese di Roberto Bozzo nel nome del dialetto

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Cantautore calabrese, solista e componente del gruppo Sabatum, Roberto Bozzo è stato protagonista di una significativa tournée in Canada, ospite di associazioni artistiche, culturali e social club italo-canadesi. Un viaggio che ha intrecciato musica, lingua e identità, portando il dialetto calabrese e la canzone popolare nei luoghi dell’emigrazione, tra comunità che continuano a custodire con orgoglio le proprie radici. Nelle sue espressioni musicali e artistiche, Bozzo porta con sé anche la sua professionalità di linguista, unita a una profonda conoscenza e a un autentico amore per il dialetto, inteso non solo come strumento espressivo, ma come patrimonio culturale e chiave di lettura della memoria collettiva. Con la sua inseparabile chitarra, l’organetto e altri strumenti della tradizione, ha animato concerti, incontri universitari e trasmissioni radio-televisive, trovando un pubblico attento e partecipe. Al centro del progetto, il recupero delle minoranze linguistiche e l’ultimo lavoro discografico Gente che sa vivere, sintesi di un percorso umano e artistico che guarda alla memoria come risorsa viva.

Intervista

1. Cosa ha significato per te portare la musica e il dialetto calabrese nelle comunità italo-canadesi durante questa tournée?

È stato molto importante perché, in qualche modo, ho rassicurato i tanti italo-canadesi che conservano intatto il nostro dialetto sul fatto che anche noi lo rispettiamo e lo valorizziamo grazie alla musica e non solo.

2. Il tuo progetto sulle minoranze linguistiche ha trovato in Canada un’attenzione particolare: perché, secondo te, il dialetto all’estero conserva una forza così autentica?

È stato molto stimolante per tutti gli uditori scoprire che, oltre al nostro dialetto che cerchiamo di proteggere e divulgare, esistano in Calabria altre tre parlate: una proveniente dalla Grecia (griko calabro o grecanico), una dall’Albania (arbëreshë) ed una dalle valli piemontesi e dal sud della Francia (occitano, langue d’oc), con storie che le hanno portate qui, con suoni e provenienze molto diverse, accomunate dal fatto di aver trovato in Calabria una nuova casa. Questo è un concetto da rimarcare, visti i travagli che viviamo quotidianamente come popolo ospitante di tanta gente in difficoltà. Io, attraverso il mio progetto di divulgazione intitolato Io sono Calabria, che è anche un lavoro discografico e documentaristico che sto realizzando in questi mesi, ho come obiettivo quello di rendere interessanti, attraverso la musica, queste storie agli occhi delle nuove generazioni e, in generale, di tutto il pubblico che mi segue.

3. Attraversando i social cultural club e incontrando tante comunità, che tipo di rapporto hai riscontrato tra memoria, identità e vita quotidiana?

Presso l’Università di Waterloo, come nei social club, ho trovato tanto rispetto e tanto apprezzamento per quello che sto facendo, perché ora quelli che hanno rappresentato l’ultima grande emigrazione, quella del secondo dopoguerra (ai quali ho anche dedicato la canzone realizzata in collaborazione con la rivista Segmento di Melbourne, grazie a Giovanni Butera, scritta e cantata da me, Australia don’t give up), sono preoccupati che tutto il nostro patrimonio culturale e dialettale, con le nuove generazioni, possa disperdersi.

Dunque la mia azione sembra una speranza per evitare l’oblio.

4. Gente che sa vivere dialoga profondamente con il mondo dell’emigrazione. In che modo questa esperienza canadese ha arricchito il tuo percorso artistico?

Nel suonare e nello spiegare il mio album, con tutti i suoi temi, ho sentito una forte vicinanza da parte del pubblico italo-canadese e non solo, perché in fondo quello che succede a noi è condiviso in modo globale anche dalle altre etnie. La condivisione e la convivenza pacifica aumentano così la cifra di straordinarietà che contraddistingue i paesi multietnici, di cui il Canada è un esempio lampante. Mi porto a casa una serena soddisfazione.

Foto: Momenti della tournée in Canada tra musica, dialetto e dialogo culturale

5. Nei tuoi concerti utilizzi strumenti della tradizione come chitarra e organetto. Quanto è importante oggi mantenere questo legame con le radici sonore popolari?

L’utilizzo degli strumenti della tradizione su un impianto musicale moderno, come quello che contraddistingue la mia opera, mi dà la possibilità di dialogare al presente grazie al passato per illuminare il futuro. Parafrasando Ignazio Buttitta: a un popolo gli puoi togliere tutto, ma se perde la lingua dei padri è come una chitarra senza corde.

6. Dopo i concerti, gli incontri culturali e universitari, quali prospettive si aprono ora per il tuo progetto musicale e linguistico?

L’Università di Waterloo mi ha dedicato un attestato che certifica il successo del mio concerto-lezione (nelle foto) sulla Calabria come crocevia di popoli, culture e linguaggi. Essendo un linguista e insegnante di lingue nelle scuole superiori, ho potuto unire i miei due mestieri, musicista e linguista, in un unico formato che mi ha dato la spinta verso nuovi progetti, che prevedono sempre la produzione di nuova musica e nuove melodie, con un’attenzione alla cultura come speranza e come elemento catartico e liberatore rispetto a questa bulimia social che ci sta invadendo, togliendo il gusto dell’attesa e della rinuncia, elementi fondamentali per un vivere sano, lontano dalle ansie che ci attanagliano quotidianamente. Seguitemi sui miei canali per essere aggiornati su tutto, perché c’è tanta carne al fuoco e tante novità in arrivo. In ultimo, voglio ringraziare L’Eco della Valle per questa grande opera di divulgazione culturale che ci dà speranza per il futuro.

Ringraziamo Roberto Bozzo per la disponibilità e per aver condiviso un percorso artistico e umano che unisce musica, lingua e memoria, confermando come il dialetto e la cultura popolare possano ancora parlare al presente e alle nuove generazioni.

A questa intervista si affianca il percorso di approfondimento che L’Eco della Valle dedica da tempo al dialetto, patrimonio culturale vivo e strumento essenziale di identità, memoria e dialogo tra le comunità. (Francesco Garofalo dir.resp.)

Francescogarofalo@unicz.it