Nel Comprensorio del Savuto-Reventino, due territori contigui segnati da anni di spopolamento, riduzione dei servizi e impoverimento del tessuto produttivo, la Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare assume un significato che va ben oltre la dimensione simbolica. È un’occasione di riflessione che intreccia temi sociali ed economici, mettendo a nudo contraddizioni ormai evidenti anche nelle comunità locali. La ricorrenza, collegata agli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite – che punta a dimezzare lo spreco alimentare entro il 2030 – invita a interrogarsi su come il cibo venga prodotto, distribuito e consumato. Ma, soprattutto, su come venga condiviso. Nel Savuto-Reventino questa domanda incrocia una realtà fatta di famiglie in difficoltà, anziani soli, nuclei fragili che spesso trovano sostegno solo grazie all’impegno silenzioso del volontariato. Istituzioni, associazioni e realtà impegnate nella solidarietà sociale – dalla Caritas ai gruppi di volontari, fino alle iniziative di recupero e redistribuzione delle eccedenze alimentari – continuano a svolgere un ruolo di supplenza fondamentale. In molti comuni interni, dove negozi e servizi chiudono e la popolazione diminuisce, l’assistenza alimentare rappresenta un presidio essenziale di coesione sociale.
Eppure, a pochi chilometri di distanza, lungo l’asse di Piano Lago, il paesaggio cambia. Qui sorgono grandi centri commerciali, simbolo di un consumo rapido e spesso eccessivo. Non è raro vedere, all’esterno di queste strutture, cittadini provenienti da Paesi extraeuropei chiedere aiuto o un semplice gesto di solidarietà a chi esce con le buste colme di acquisti. Una scena che racconta, meglio di tante statistiche, la distanza crescente tra abbondanza e bisogno. Lo spreco alimentare, in questo contesto, non è solo una questione ambientale o etica: diventa un indicatore sociale. Da un lato, cibo che finisce nei rifiuti; dall’altro, persone che faticano a garantirsi pasti regolari. Una frattura che attraversa anche il Savuto-Reventino, dove le comunità resistono grazie a reti informali di aiuto, ma senza una strategia strutturata di recupero delle eccedenze e di educazione al consumo consapevole. A livello nazionale, la Giornata viene rilanciata anche dal servizio pubblico radiotelevisivo, con approfondimenti e programmi dedicati sulle reti Rai, a testimonianza di una crescente attenzione culturale verso il tema dello spreco e della sostenibilità. Ma la sfida vera si gioca nei territori, nei piccoli centri come quelli del Savuto-Reventino, dove ogni iniziativa di recupero alimentare può trasformarsi in un atto concreto di giustizia sociale. La ricorrenza di oggi, dunque, non è solo una data sul calendario. È un invito a ripensare modelli di consumo, a rafforzare le reti di solidarietà locali e a costruire un rapporto più equo con il cibo, bene primario che non può diventare scarto per alcuni e miraggio per altri. In territori fragili, questa riflessione non è opzionale: è una necessità.

La Giornata nazionale di oggi serve proprio a questo: a connettere i numeri globali con le storie locali, a trasformare dei dati spesso astratti — come le oltre 1 miliardo di tonnellate di cibo sprecate ogni anno nel mondo o i circa 555,8 grammi di cibo buttati ogni settimana da ciascun italiano — in una spinta a promuovere comportamenti più responsabili, reti di solidarietà più forti e politiche locali che incentivino il recupero e la redistribuzione. In territori con fragilità demografiche ed economiche come quelli del Savuto-Reventino, questa riflessione non è un esercizio formale: è una chiamata all’azione che riguarda la sostenibilità sociale, culturale e ambientale del nostro modo di vivere.(La redazione) francescogarofalo@unicz.it