Home Attualità Savuto, un solo Comune per fermare l’estinzione dei borghi di Francesco Garofalo

Savuto, un solo Comune per fermare l’estinzione dei borghi di Francesco Garofalo

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Il ciclone ha spazzato via ogni illusione, mettendo in evidenza la fragilità strutturale dei piccoli centri. Molti comuni, privi di uffici tecnici, personale e risorse adeguate, faticano a gestire non solo le emergenze, ma anche l’ordinaria amministrazione. Ascoltare significa intervenire prima che il rumore dell’emergenza finisca per coprire problemi che vengono da lontano.La Regione assuma la responsabilità di una legge sulle fusioni: senza una riforma profonda, i borghi resteranno soli, costosi e destinati all’irrilevanza.

Ascoltare significa leggere la storia del territorio, raccogliere i segnali deboli, dare voce ai tecnici, ai cittadini, a chi vive ogni giorno accanto a un versante instabile o a un torrente che cambia umore con poche ore di pioggia.


Coinvolgere significa trasformare quella conoscenza in responsabilità condivisa. Non basta convocare tavoli dopo il disastro: occorre costruire alleanze prima, tra Comuni, professionisti, Regione, Stato. Coinvolgere vuol dire fare sistema, superare l’isolamento amministrativo, riconoscere che la fragilità non si governa in solitudine. Programmare e intervenire significa dotarsi di un “parco progetti”, di una banca dati tecnica pronta, aggiornata, finanziabile. Significa non inseguire i bandi in fretta e furia dopo l’alluvione, ma avere già studi, piani, priorità definiti. La prevenzione non è un atto episodico: è una postura amministrativa. Il nostro territorio è storicamente fragile. La Calabria è terra di terremoti, frane, alluvioni. Non è retorica identitaria: è dato storico, morfologico, documentato. Già nel primo Novecento, Gaetano Salvemini denunciava come il disastro naturale diventasse tragedia sociale quando lo Stato si limitava a intervenire dopo, senza una cura ordinaria del territorio. Non accusava la geografia, ma l’inerzia amministrativa.


Oggi lo scenario non è molto diverso. Piogge intense mettono in crisi versanti instabili, corsi d’acqua ingrossati superano argini fragili, smottamenti interrompono strade e isolano comunità. Ogni evento riapre lo stesso copione: sopralluoghi, stime, richieste di fondi. Poi il silenzio.
Eppure conoscere la storia e l’identità di un territorio significa maturare consapevolezza.
E dalla consapevolezza devono nascere idee e progetti per intervenire, laddove possibile, riducendo il rischio per l’incolumità dei cittadini, per i servizi essenziali, per le infrastrutture che sostengono la vita quotidiana.
Gli ultimi eventi meteorologici hanno mostrato con chiarezza che i piccoli Comuni, da soli, non riescono a garantire una risposta adeguata. Non dispongono di tecnici strutturati, di personale sufficiente, di risorse economiche adeguate. Altro che enti di prossimità: troppo spesso sono enti che osservano, prendono atto e segnalano ad altri livelli istituzionali i pericoli riscontrati.
Mantenere micro-strutture amministrative prive di strumenti operativi non ha più senso in uno Stato complesso. Il carico finanziario diventa eccessivo rispetto alla capacità di intervento. La frammentazione indebolisce la prevenzione.
Un grande Comune, nato dalla fusione dei centri limitrofi, potrebbe invece:
concentrare competenze tecniche qualificate;
disporre di un ufficio progettazione stabile;
programmare manutenzione ordinaria e straordinaria;
accedere con maggiore forza ai finanziamenti nazionali ed europei;
garantire una pianificazione unitaria del rischio idrogeologico.
La fragilità non è un destino. È una condizione che impone responsabilità moderne.
La regimazione delle acque, la manutenzione dei fossi, il monitoraggio dei versanti, il consolidamento delle aree a rischio non sono opere minori: sono l’ossatura invisibile della sicurezza collettiva.
Passare dalla cultura dell’emergenza a quella della prevenzione significa questo: ascoltare la storia, coinvolgere le istituzioni, programmare con continuità.
La natura può essere impetuosa. Le istituzioni non dovrebbero esserlo solo dopo il danno.
La Calabria, terra di vulnerabilità e bellezza, merita una politica capace di stare all’altezza della sua complessità. emergenze né garantire servizi adeguati. La Regione assuma la responsabilità di una legge sulle fusioni: senza una riforma profonda, i borghi resteranno soli, costosi e destinati all’irrilevanza.