Dopo quasi quattro anni di conflitto, il vento della diplomazia sembra iniziare a soffiare tra Russia e Ucraina. L’intuito e diversi segnali concreti fanno pensare che la fine delle ostilità possa essere più vicina di quanto si creda. Il desiderio di pace appare oggi condiviso da entrambe le parti e dalla comunità internazionale: troppe vite spezzate, troppa distruzione, troppi focolai di tensione globale da disinnescare. La Russia, lontana dall’immagine di superpotenza militare che amava attribuirsi, ha mostrato limiti inattesi.
I suoi arsenali nucleari, un tempo simbolo di potenza, appaiono oggi più come fragili reliquie da proteggere che come strumenti di deterrenza: il loro eventuale impiego sarebbe una condanna per l’intera umanità. Per garantirne la sicurezza, Mosca è costretta a destinare risorse umane ed economiche preziose, in un momento in cui l’economia interna è già provata.Il conflitto, che nei piani iniziali del Cremlino sarebbe dovuto essere una “passeggiata militare”, si è trasformato in un logorante stallo. L’isolamento diplomatico, le difficoltà nei rapporti con l’Occidente e gli Stati Uniti e l’erosione del peso politico internazionale rendono urgente una soluzione.In questo contesto, il vertice in Alaska tra Vladimir Putin e Donald Trump potrebbe rappresentare la prima tappa verso la pace. Entrambi i leader hanno espresso disponibilità al dialogo, e Washington sembra pronta a offrire incentivi concreti in cambio della cessazione delle ostilità. Le prossime ore saranno decisive. Ma, per la prima volta da molto tempo, si intravede un barlume di speranza.

Francesco Garofalo