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Quando il fango diventa spettacolo: la dignità al tempo dei social di Francesco Garofalo ( sociologo-giornalista)

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La dignità non può arrendersi alla macchina del fango di Francesco Garofalo – sociologo e giornalista


Essere battaglieri non significa cercare lo scontro o rispondere all’offesa con un’altra offesa. Significa avere il coraggio di difendere la propria dignità e quella degli altri quando vengono colpite dalla menzogna, dall’insinuazione e dalla denigrazione.
Nella vita pubblica si ripete spesso un consiglio apparentemente saggio: «Lascia perdere». A volte è davvero opportuno non alimentare provocazioni costruite soltanto per attirare attenzione. Esistono, però, circostanze nelle quali il silenzio non spegne la menzogna, ma le concede il tempo necessario per diffondersi, sedimentarsi e apparire credibile.
La rete ha ampliato straordinariamente le possibilità di comunicare, informarsi e partecipare. Nello stesso tempo, ha consegnato a chiunque un palcoscenico dal quale emettere sentenze, formulare accuse e presentarsi come custode della morale pubblica. Il problema non è la critica, che rimane essenziale in una società democratica. Il problema nasce quando la critica abbandona i fatti e diventa aggressione personale; quando non mira a discutere un comportamento, ma a demolire una reputazione. Il moralismo digitale è particolarmente insidioso perché consente a chiunque di costruirsi un’identità virtuosa attraverso la condanna degli altri. Non occorre dimostrare la propria coerenza: basta indicare un colpevole, suscitare indignazione e raccogliere consensi. La severità esibita verso gli altri diventa così un espediente per nascondere le proprie contraddizioni. Non sempre, inoltre, chi pubblica un’accusa ne è il vero ideatore. Dietro alcuni attacchi possono muoversi interessi, rivalità o strategie che rimangono nell’ombra. C’è chi suggerisce il bersaglio, chi prepara la narrazione e chi affida ad altri il compito di diffonderla. Sono manovratori che non hanno il coraggio di assumersi pubblicamente la responsabilità delle proprie parole e cercano esecutori disposti a prestarsi al gioco.
Nascono in questo modo le “veline al vetriolo”: frammenti di informazioni, mezze verità, immagini estrapolate dal loro contesto e allusioni accuratamente costruite. Non occorre formulare sempre un’accusa esplicita. È sufficiente insinuare, lasciare intendere e affidare al pubblico il compito di completare il sospetto. Il video ha reso questo meccanismo ancora più potente. Un’immagine suscita una reazione immediata e viene spesso percepita come una prova indiscutibile. Eppure anche un filmato può essere tagliato, privato del contesto, accompagnato da un titolo ingannevole o montato in modo da attribuire a una persona intenzioni che non aveva. Oggi, inoltre, la manipolazione digitale rende possibile costruire contenuti sempre più difficili da distinguere dalla realtà. La macchina del fango ha bisogno anche di un pubblico. Vive dell’attenzione di chi condivide senza verificare, commenta senza conoscere e trasforma il sospetto in una condanna. Essa offre uno spettacolo semplice e immediato: da una parte il presunto colpevole, dall’altra il moralista che si proclama difensore della comunità. La realtà, molto più complessa, scompare. Questa dinamica finisce per svolgere una funzione sociale profondamente negativa. Raccoglie frustrazioni, rancori e bisogni di appartenenza; individua un bersaglio sul quale scaricarli e offre al gruppo l’illusione di una superiorità morale. Per qualche momento crea una comunità, ma è una comunità unita non da un progetto o da valori condivisi, bensì dall’avversione verso qualcuno. Le conseguenze ricadono sull’intero tessuto sociale. Le persone competenti e responsabili possono decidere di ritirarsi dalla vita pubblica per non esporsi all’aggressione. Il confronto viene sostituito dalla paura, la partecipazione dal sospetto, la differenza di opinioni dall’inimicizia personale. Una comunità nella quale prevale la delegittimazione reciproca perde fiducia e capacità di collaborare. Contrastare questi comportamenti non significa limitare la libertà di espressione. Significa difenderne il valore autentico. La critica civile esamina atti e decisioni, presenta argomenti e accetta il confronto. La denigrazione, invece, colpisce la persona, altera i fatti e usa l’umiliazione come strumento di consenso.
Non bisogna rispondere al fango con altro fango. Occorre ristabilire i fatti, conservare le prove, chiedere rettifiche e, nei casi più gravi, affidarsi agli strumenti previsti dalla legge. Ma serve soprattutto una responsabilità collettiva: prima di condividere un contenuto, domandarsi da dove provenga, quale interesse possa nascondere e quali conseguenze possa produrre sulla vita di una persona.
Il declino di una comunità non comincia soltanto quando diminuiscono gli abitanti o vengono meno i servizi. Comincia anche quando si perde il rispetto della dignità umana, quando il sospetto sostituisce la prova e quando le persone perbene vengono lasciate sole davanti alla menzogna. Difendere la verità non è arroganza. Difendere la dignità non è desiderio di vendetta. È responsabilità civile. Perché nessuna comunità può crescere se permette alla reputazione delle persone di diventare il passatempo di chi non possiede argomenti, scrupoli o il coraggio di mostrarsi apertamente.