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Oddo: unire per non scomparire, la fusione come progetto di futuro per la Cosenza-sud

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Quella che segue non è una semplice riflessione, ma una proposta che intercetta una crescente consapevolezza collettiva: senza un salto di scala, i piccoli comuni sono destinati a spegnersi lentamente. Nel testo di Ciro Oddo, inviatoci alla ns redazione, che volentieri pubblichiamo, la fusione non è evocata come scelta tecnica, ma come progetto culturale, sociale ed economico per restituire futuro, identità e relazioni ai territori della Cosenza-sud. Unire per non dividere, oggi, non è più uno slogan: è- per Oddo- una necessità. Seguie testo integrale:

COSENZA – SUD: FUSIONE. PER UNIRE E NON DIVIDERE

Già nel 1969 la proposta di una grande città attorno a Piano Lago. Dopo 50 anni di immobilismo amministrativo è ora di vincere i campanilismi per “raccogliere e non disperdere”. La fusione per combattere spopolamento e desertificazione. Il ruolo del Comitato Savuto Comune Unico per un convegno che porti ad una normativa sovra comunale.

  “Più di ogni altra regione la Calabria abbonda di piccoli comuni, alcuni dei quali raggiungono appena i mille abitanti. Sono proprio le popolazioni di questi sperduti centri che chiedono anzi cercano di unire le loro forze conurbandosi a vicenda perché si sono finalmente convinte che per poter realizzare qualcosa di importante non servono più le lotte di campanile. Si sta pensando in questi giorni alla fusione tra i comuni di Rossano e Corigliano, e già si è fatto il nome  della nuova città che si chiamerà Sibaria; si parla anche di Rende che si conurberà con Cosenza;  Nicastro, Sambiase e S. Eufemia hanno già dato vita a Lametia. Come prodotta da una esplosione si parla anche di una nuova realtà urbana che abbraccerà ben sei comuni: Mangone, Rogliano, Marzi, Santo Stefano, Figline e Cellara con una popolazione complessiva di oltre  ventimila abitanti”. Era il maggio 1969 quando Salvatore Oddo pubblicava queste note su “Il Mattino” e per la città che sognava nella Cosenza-sud aveva coniato il nome di Rostema e, ritenendo che “ormai anche in Calabria si doveva andare verso le concentrazioni”,  collocava la sua proposta in un “vasto disegno  moderno di riassetto urbano che doveva unire per non dividere e, dopo avere individuato le vocazioni omogenee, raccogliere e non disperdere”. Salvatore Oddo vedeva un legame indissolubile fra quei comuni che si chiamava Piano Lago e vedeva proprio in questo territorio il futuro centro urbano, la grande città,  ma realisticamente intuiva anche  nelle classi dirigenti  “certi interessi che vengono rigorosamente tenuti nascosti” per cui “solo pochi hanno il coraggio di pronunciarsi apertamente”. Oggi quei comuni che allora non avevano nemmeno mille abitanti ne contano si e no meno di 300. Uno spopolamento imponente li ha impoveriti non solo di presenze ma anche di identità. E quando si perde l’identità! Di fronte a tutto questo cosa hanno fatto le classi dirigenti locali? Per 50 anni fra alterne vicende si sono contraddistinte per essere rimaste a guardare. Inermi, silenziosi gli amministratori, salvo poche eccezioni,  si sono succeduti salutando schiere di giovani che si allontanavano per studio o per lavoro. In proposito però mi corre l’obbligo di ricordare un episodio personale: quando partii per l’Università di Roma incontrai l’allora sindaco di Rogliano, il Notaio Vittorio Fiore, che in Comune dove mi ero recato per alcuni documenti mi disse: Caro Ciro, stai per partire, parti tranquillo e sereno, ma ricordati che con la laurea in tasca devi tornare qui dove sei nato. Ho sempre tenuto presente questo invito che mi fu rivolto come una imposizione, con tono categorico, ma sono cosciente di non avere ottemperato. Ho ricordato un fatto personale, forse banale, in onore ed in  omaggio ad un sindaco che fu senza dubbio un signore nella vita e nella professione.

  Per 50 anni “quei certi interessi tenuti rigorosamente nascosti” hanno diretto il  banco e fatto sì che ancora oggi si debba parlare di comuni che si impoveriscono, che non sono più in grado di offrire servizi, che non ce la fanno ad andare avanti e anziché affrontare di petto, come si suol dire, il problema si cincischia su “unioni” dei comuni  tanto per raggirare la popolazione. Ciò ben sapendo, fra l’altro,  che con l’unione non si risolve nulla perché ognuno rimane attaccato al suo orticello e si guarda bene dal dare ad altri ciò che ritiene sia solo suo. Con questa mentalità, con questo modo di pensare dove si vuole arrivare?  Non si arriva a nessuna parte. Anzi, si va indietro non di 50 anni ma di oltre 100 anni. Se il 4 gennaio del 1968 non si fosse dato vita alla città di Lametia terme cosa ne sarebbe stato di Nicastro e di Sambiase e di S. Eufemia? La risposta è ovvia ed è sotto gli occhi di tutti meno che degli amministratori della Cosenza-sud. Cosa ne sarà fra 20 anni di Rogliano, S. Stefano, Mangone e Marzi. La risposta l’ha fornita Roberto Castagna che ha ricordato la previsione di Vito Teti che vede,  “nell’arco di 5 anni, solo 5 anni, oltre mille piccoli comuni del sud che finiranno per chiudere completamente”. A Rogliano la desertificazione  e lo spopolamento sono imponenti. Il centro più grande del Savuto, una volta sede di uffici importanti che erano punto di richiamo dagli altri paesi vicini, non ha più nulla ed anche le attività commerciali, fiore all’occhiello dell’economia locale, si contano su una mano. Tutti sono andati via: alcuni hanno chiuso altri si sono spostati a Piano Lago, dove tutto è più comodo, ed ogni cosa è avvenuta sotto lo sguardo impassibile degli amministratori che hanno restituito ai roglianesi solo metà della Villa comunale e nulla si sa per l’Ospedale civile i cui lavori di messa in sicurezza dovranno essere ultimati per la fine del prossimo mese di marzo. A Mangone si parla di entrate tributarie da record, di uno spopolamento che non esiste, di un territorio – Piano Lago – che da solo è fattore di sviluppo per tutta la zona, di un polo industriale di  rispetto ma si dimentica che , malgrado gli sforzi compiuti, il parco industriale è privo dei servizi primari e la vivibilità nella piana  è ancora lontana dal raggiungimento di standard ottimali. Siamo sempre di fronte a piccoli comuni con problemi grandi obiettivamente difficili da risolvere. Lo diceva “Il Mattino” nel 1969: “unire per non dividere, raccogliere e non disperdere”.

  Oggi più che mai, di fronte all’assenteismo della politica locale, il ruolo dei comitati civici diventa preponderante. Il “Comitato Savuto Comune unico”, annoverando esponenti e aderenti in tutti i comuni della Cosenza-sud, raccolga le sue forze e – come chiede la collettività – faccia sentire la sua voce. Per esempio promuovendo un convegno intercomunale che preveda la partecipazione di urbanisti, docenti universitari, esponenti della Regione al fine di pervenire ad una nuova normativa sovracomunale in modo da andare oltre le iniziative delle amministrazioni locali che al massimo potrebbero portare alle “unioni” più o meno modificate, ma già fallite, delle quali la popolazione non sa  proprio che farsene”. Ciro Oddo