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Marcinelle, una ferita che appartiene anche alle nostre terre: il Savuto e il Reventino ricordano i figli dell’emigrazione

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L’8 agosto ricorre la Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo. Settant’anni dopo la tragedia del Bois du Cazier, il ricordo dei 262 minatori morti, 136 dei quali italiani, riporta alla memoria la storia di migliaia di uomini e donne partiti anche dai nostri paesi alla ricerca di lavoro e di un futuro migliore

L’Eco della Valle – 8 agosto 2026

Settant’anni dopo, Marcinelle continua a parlare anche ai nostri paesi. Parla al Savuto, al Reventino e all’intero entroterra calabrese, terre dalle quali, per generazioni, sono partiti uomini e donne costretti a cercare lontano ciò che spesso la propria terra non riusciva a offrire: un lavoro, una sicurezza economica, la possibilità di costruire un futuro più prospero per sé e per i propri figli. L’8 agosto 1956 quella lunga storia dell’emigrazione italiana conobbe una delle sue pagine più dolorose. Nella miniera di carbone del Bois du Cazier, a Marcinelle, in Belgio, un incidente provocò un incendio devastante. Fumo e gas invasero le gallerie, trasformando il sottosuolo in una trappola dalla quale per centinaia di lavoratori non ci fu scampo. Morirono 262 minatori di dodici nazionalità. Centotrentasei erano italiani. Dietro quelle cifre si consumarono altrettanti drammi familiari: mogli che non videro tornare i propri mariti, figli rimasti senza padre, genitori privati dei loro ragazzi, comunità che attesero invano il ritorno di uomini partiti soltanto per guadagnarsi da vivere. L’eco di quelle voci spezzate continua idealmente a risuonare, a distanza di settant’anni, nel silenzio della miniera. È anche per custodire questa memoria che l’Italia celebra l’8 agosto la Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo, dedicata alle vittime di Marcinelle e, attraverso di esse, a tutti gli italiani emigrati che hanno perso la vita lavorando lontano dal proprio Paese. Una ricorrenza che nel Savuto, nel Reventino e nei territori circostanti assume un valore particolare. Queste comunità, infatti, non osservano la storia dell’emigrazione dall’esterno: ne sono state protagoniste. Rogliano, Santo Stefano di Rogliano, Marzi, Mangone, Paterno Calabro, Malito, Grimaldi, Belsito, Altilia, Parenti, Carpanzano, Colosimi, Bianchi, Panettieri, Pedivigliano, Soveria Mannelli e tanti altri centri del comprensorio hanno conosciuto partenze che hanno segnato profondamente la loro storia sociale e familiare. Intere generazioni hanno lasciato i paesi per raggiungere il Nord Italia, il Belgio, la Svizzera, la Germania, la Francia e, ancora più lontano, le Americhe e l’Australia. Partivano operai e contadini, muratori e artigiani, minatori e manovali. Partivano anche tante donne, protagoniste spesso meno raccontate della grande vicenda migratoria italiana, chiamate a lavorare, a tenere unite le famiglie e a costruire nuove reti sociali nei Paesi di destinazione. Per comprendere pienamente Marcinelle bisogna tornare all’Italia del secondo dopoguerra, un Paese impegnato nella difficile ricostruzione e attraversato da povertà, disoccupazione e profonde disuguaglianze territoriali. Nel 1946 Italia e Belgio raggiunsero accordi per l’invio di lavoratori italiani nelle miniere belghe. Il Belgio aveva bisogno di manodopera per estrarre carbone; l’Italia necessitava di energia e, soprattutto, aveva una grande disponibilità di lavoratori alla ricerca di occupazione. Dietro gli accordi economici, tuttavia, vi erano persone in carne e ossa. Per molti italiani, e soprattutto per tanti meridionali, emigrare non rappresentava una libera scelta, ma una necessità. Significava accettare la lontananza dagli affetti, affrontare viaggi difficili, adattarsi a una lingua sconosciuta e, frequentemente, svolgere lavori durissimi e pericolosi. Le miniere belghe divennero uno dei simboli di quella stagione. Marcinelle ne rappresentò la pagina più tragica.