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L’odio e il rancore nelle famiglie fanno male ai figli, non agli altri

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Quando il rancore diventa linguaggio familiare, i figli ereditano conflitti che non appartengono a loro e crescono più fragili di fronte al dialogo e al confronto.

La famiglia è il primo laboratorio sociale in cui le nuove generazioni apprendono linguaggi, emozioni e modelli di comportamento. Se al suo interno si coltivano rancori e odi, soprattutto legati alle differenze politiche o ideologiche, i figli finiscono per assorbirli come parte del loro bagaglio quotidiano. Dal punto di vista sociologico, questo fenomeno può essere definito una socializzazione negativa: invece di trasmettere valori di dialogo e confronto, si insegnano logiche di esclusione e nemicizia. I “neuroni specchio” svolgono qui un ruolo cruciale: i figli imitano ciò che vedono nei genitori. Se osservano che una critica viene percepita come minaccia, paura e accolta con aggressività, tenderanno a riprodurre lo stesso schema. Il danno non ricade dunque sull’“altro” contro cui si indirizza il rancore, bensì sui figli stessi, che crescono immersi in un clima di conflitto. Imparano così che l’odio è un linguaggio legittimo e il rancore uno strumento per affermarsi, minando la loro capacità di gestire il dissenso e di sviluppare relazioni sane. Al contrario, le famiglie che promuovono il sapere, la libertà e il rispetto delle idee altrui favoriscono la nascita di cittadini più aperti e resilienti. In questi contesti il seme dell’odio difficilmente trova terreno fertile, perché viene sostituito dalla curiosità, dall’ascolto e dalla capacità di distinguere tra critica costruttiva e attacco personale. Un genitore che predica odio, quindi, non danneggia realmente chi considera suo nemico. Fa male prima di tutto ai propri figli, che si portano dentro cicatrici emotive e culturali destinate a riflettersi nella società. In questo senso, la famiglia diventa un vero microsistema politico e culturale, capace di contribuire alla costruzione o alla distruzione di una convivenza civile basata sul rispetto reciproco.(Francesco Garofalo)