Home Attualità «La giusta mercede»: Eugenio Maria Gallo riflette su lavoro, dignità e disuguaglianze

«La giusta mercede»: Eugenio Maria Gallo riflette su lavoro, dignità e disuguaglianze

10
 Ospitiamo con piacere su  "L’Eco della Valle"  il contributo «La giusta mercede», inviatoci dallo stimato professor Eugenio Maria Gallo, saggista e critico letterario. Muovendo dalla domanda di un bambino alla propria madre-«Mamma, ma ora noi siamo poveri?» -l’autore propone una riflessione sulla dignità del lavoro, sulle disuguaglianze retributive e sul diritto di ogni persona a un’esistenza dignitosa. Il richiamo alla parabola evangelica degli operai nella vigna diventa un invito a interrogarsi sul senso dell’equità e della giusta misura, riportando al centro le persone, i bisogni delle famiglie e la serenità dei più piccoli. 

Segue testo integrale:
 LA "GIUSTA MERCEDE" 

“Mamma, ma ora noi siamo poveri?”, chiese un bambino alla propria madre, forse dopo aver sentito certi discorsi in casa. La madre, una signora a modo, distinta e molto dignitosa, rispose facendogli semplicemente una carezza. Certo, in una terra dove manca il lavoro, la paura della povertà è sempre presente. Quando mi è stata raccontata questa storia, sono rimasto gravemente colpito e mi sono detto: “Chissà quanti altri bambini avranno posto e pongono, ai propri genitori, un analogo quesito!”. Allora, mi sono rifugiato nel mio studio per scrivere qualcosa, ma non ce l’ho fatta e mi sono messo a piangere. Non me la sentivo di scrivere in merito, era una vicenda troppo forte. La serenità dei bambini non va turbata con pensieri e con problemi, che non dovrebbero toccare nessuno o, tutt’al più, dovrebbero riguardare solo gli adulti in cerca di lavoro e, a dire il vero, nemmeno loro. Il lavoro, infatti, non dovrebbe mancare mai ad alcuna persona. Non sapevo cosa fare, non me la sentivo di scrivere. Allora, sfogliando le pagine d’un quotidiano, speravo di rimuovere l’angoscia che mi affliggeva. Ma non ce l’ho fatta. Ho cominciato, così, a pensare alla giungla delle retribuzioni e a certi stipendi e mi sono chiesto se non fosse il caso che venissero rivisti. Mi sono venute in mente, infatti, retribuzioni capaci di fare girare la testa a persone che, come me, sono vissuti e vivono di stipendio o salario. Pensando a certe retribuzioni, mi dicevo: “Tanti soldi, a fine mese, forse io non avrei nemmeno saputo gestirli adeguatamente ed avrei anche fatto fatica ad inquadrarli, qualora avessi dovuto calcolarli al netto di tasse e di trattenute varie”. Secondo me, a livello di lavoratori dipendenti, non dovrebbero esserci grosse differenze. Tutti i lavoratori hanno pari dignità e dovrebbero avere eguale trattamento economico. Basterebbe, in merito, rileggere l’apologo delle membra di Menenio Agrippa e prendere atto della pari dignità dei lavoratori, in quanto tutti egualmente indispensabili alle dinamiche d’una società.

Pari trattamento, allora, fatte salve le giuste differenze per competenze, per responsabilità e scatti di anzianità e per condizioni di carriera. Differenze, tuttavia, non eccessive e da contenere nell’ambito del giusto e nel quadro dell’equa ripartizione, in perfetta linea con l’evangelica parabola. della “giusta mercede”. Allora ho preso in mano il Vangelo ed ho cominciato a rileggere e a meditare, soffermandomi sulla parabola degli operai nella vigna (Matteo 20, 1- 16). Alcuni vennero chiamati, dal padrone della vigna, a lavorare sin dal primo mattino, per la retribuzione d’un denaro al giorno; altri vennero chiamati all’ora terza, altri alla sesta e altri alla nona. “Venuta poi la sera, il padrone della vigna – recita la parabola – disse al suo fattore: Chiama i lavoratori e paga loro la mercede, cominciando dagli ultimi fino ai primi” (Matteo 20, 8) E a quanto rispondeva il compenso? Ad un denaro al giorno. Ed un denaro venne consegnato a ciascuno, senza distinguere fra quelli che avevano iniziato prima e quelli che avevano iniziato dopo. Come interpretare la parabola? Io non sono un biblista e non intendo propormi come tale, né penso di assumere il ruolo del teologo così come, sul piano strettamente umano e lavorativo, non mi pongo nelle vesti d’un giuslavorista. L’interpretazione della parabola la lascio a voi lettori. Certo, io una mia idea ce l’avrei: a me interessano il lavoro, il lavoratore e la sua dignità di persona. Per me il lavoratore, qualsiasi lavoratore, dovrebbe ricevere una retribuzione adeguata alle esigenze della vita, così da poter vivere dignitosamente. Retribuzioni adeguate, pertanto. Che poi ci sia pure qualche differenza, come scritto di sopra, in base alla responsabilità, sarebbe, anzi è, anche giusto. Però non bisogna perdere di vista la giusta misura. Est modus in rebus, diceva la buon’anima di Orazio. Ma quale dovrebbe essere la misura? Ebbene, a questo punto, proporrei di rileggere, in chiave sociale, la parabola della giusta mercede.
Eugenio Maria Gallo