Home Attualità Intelligenza artificiale e giornalismo: la tecnologia può scrivere, ma il pensiero resta...

Intelligenza artificiale e giornalismo: la tecnologia può scrivere, ma il pensiero resta una responsabilità umana di Francesco Garofalo

39

Tra social network, algoritmi e trasformazioni sociali, il futuro dell’informazione dipende dalla capacità di distinguere la produzione di contenuti dal giornalismo professionale. Perché una notizia non è soltanto un insieme di parole, ma un servizio alla collettività, fondato sulla conoscenza, sulla verifica e sulla responsabilità.

di Francesco Garofalo

La penna, oggi sostituita dalla tastiera digitale e ieri dalla macchina da scrivere, non è mai stata soltanto uno strumento meccanico. Attraverso la scrittura prendono forma il pensiero, le idee, le emozioni e le conoscenze che una persona ha maturato osservando la realtà, studiandola e interrogandosi sui fenomeni che caratterizzano la società. Raccontare un fatto accaduto, commentare una notizia, realizzare un’inchiesta o approfondire un problema sociale richiede qualcosa di più della capacità di costruire frasi corrette e piacevoli da leggere. Occorrono professionalità, competenze, sensibilità, metodo, conoscenza delle fonti e rispetto delle regole deontologiche. Occorre, soprattutto, la consapevolezza che ogni informazione può incidere sulla vita delle persone, sulla reputazione di un individuo, sulle decisioni delle istituzioni e sulla formazione dell’opinione pubblica. È da questa considerazione che nasce una domanda sempre più attuale: quale spazio rimarrà al giornalismo in una società nella quale l’intelligenza artificiale è ormai in grado di produrre articoli, riassunti, commenti e testi che, almeno nella forma, possono apparire simili a quelli elaborati da un professionista? La risposta non può essere affidata né alla paura del cambiamento né all’entusiasmo acritico per la tecnologia. Richiede una riflessione più ampia, capace di considerare non soltanto le innovazioni tecniche, ma anche le trasformazioni culturali, sociali e professionali che esse determinano. L’intelligenza artificiale generativa costituisce uno strumento di grande utilità. Può agevolare la ricerca preliminare, organizzare appunti, suggerire titoli, correggere errori formali, contribuire alla revisione di un testo e aiutare a individuare un’immagine coerente con il significato di un articolo.

Sarebbe sbagliato ignorare queste opportunità o negare il contributo che la tecnologia può offrire al lavoro giornalistico. Il problema nasce quando lo strumento viene confuso con la professione e la capacità di produrre un testo viene considerata equivalente alla capacità di fare informazione.

Un articolo giornalistico non si esaurisce nella sua veste linguistica. Dietro la sua elaborazione dovrebbero esserci domande, verifiche, confronti, valutazioni e decisioni consapevoli. Il giornalista deve individuare gli aspetti rilevanti di un avvenimento, distinguere i fatti dalle interpretazioni, confrontare le versioni disponibili e valutare quali informazioni siano essenziali per comprendere ciò che è accaduto.

Non basta raccontare che un fatto si è verificato. In molti casi occorre comprendere perché sia accaduto, quali circostanze lo abbiano determinato, quali conseguenze possa produrre e quali interessi coinvolga.

È in questo percorso che emergono l’esperienza, il pensiero critico, la sensibilità sociale e la capacità di interpretare la realtà. Elementi che non possono essere ridotti alla semplice costruzione di una frase. Quando si parla dell’anima di un articolo, si richiama proprio questa dimensione umana: l’insieme delle motivazioni, delle conoscenze, delle esperienze e delle responsabilità che contribuiscono a dare significato alla scrittura. Non si tratta di una proprietà misteriosa, ma di un patrimonio intellettuale e professionale che si esprime nelle scelte compiute da chi scrive. Un testo può essere formalmente impeccabile e, nello stesso tempo, povero di idee, privo di originalità o incapace di offrire un contributo significativo alla conoscenza. Al contrario, una riflessione può diventare importante anche quando affronta un problema già conosciuto, purché lo faccia attraverso una prospettiva originale, un’analisi rigorosa o un’esperienza capace di illuminare aspetti trascurati. La stessa considerazione vale per un libro, una tesi o un’inchiesta. La correttezza formale è necessaria, ma non sufficiente a garantire il valore dell’opera.

La diffusione dei social network ha modificato profondamente il rapporto tra cittadini, notizie e mezzi di comunicazione. Oggi chiunque può raccontare un avvenimento, pubblicare una fotografia, esprimere un giudizio o diffondere una testimonianza, raggiungendo in pochi istanti un pubblico potenzialmente vastissimo. Questa trasformazione ha ampliato le possibilità di partecipazione e ha permesso a molte persone di dare voce a problemi, esperienze e realtà territoriali che rischiavano di rimanere ai margini dell’informazione tradizionale. Anche per le piccole comunità, comprese quelle del Savuto e del Reventino, i social possono rappresentare uno spazio importante per segnalare disservizi, promuovere iniziative culturali, raccontare esperienze di solidarietà e richiamare l’attenzione delle istituzioni su esigenze concrete. Tuttavia, la possibilità di pubblicare non coincide automaticamente con la capacità di informare in modo professionale. Una testimonianza personale, un’opinione, una segnalazione e un articolo giornalistico appartengono a forme comunicative differenti, anche quando riguardano lo stesso avvenimento. Una persona può raccontare ciò che ha visto e contribuire in maniera preziosa alla ricostruzione di un fatto. Ma il giornalista ha il compito di verificare quella testimonianza, contestualizzarla, confrontarla con altri elementi e stabilire che cosa sia possibile affermare responsabilmente. La distinzione non riguarda il diritto dei cittadini di esprimersi, che deve essere tutelato, ma il metodo con cui le informazioni vengono raccolte, controllate e presentate. Il numero di condivisioni, la velocità con cui un contenuto circola e la quantità di commenti che suscita non costituiscono prove della sua veridicità. Una notizia può diventare virale perché conferma un pregiudizio, alimenta una paura o suscita indignazione, non necessariamente perché sia stata verificata.

Il rischio è che la ricerca dell’attenzione finisca per prevalere sulla ricerca della verità. In questo scenario, il giornalismo è chiamato a difendere uno spazio nel quale la notizia non venga valutata soltanto per la sua capacità di suscitare emozioni, ma anche per la sua attendibilità e rilevanza pubblica.

Uno sguardo sociologico: informazione, fiducia e potere

Le scienze sociali offrono strumenti utili per comprendere ciò che sta accadendo. La sociologia, in particolare, invita a non considerare l’informazione soltanto come il risultato di un’attività individuale, ma come un processo che si sviluppa all’interno di relazioni sociali, istituzioni, interessi economici e sistemi culturali. Le persone non ricevono le notizie in maniera passiva. Le interpretano attraverso le proprie esperienze, le convinzioni, l’appartenenza ai gruppi sociali e il rapporto di fiducia che intrattengono con chi comunica. Un’informazione viene spesso accolta con maggiore disponibilità quando proviene da una persona o da una comunità percepita come vicina. Al contrario, può essere respinta quando mette in discussione convinzioni consolidate o proviene da fonti considerate estranee. Questo fenomeno aiuta a comprendere perché la circolazione di una notizia falsa o imprecisa non dipenda esclusivamente dalla qualità del contenuto. Contano anche le relazioni sociali attraverso le quali viene condivisa, le emozioni che suscita e il contesto nel quale viene interpretata. L’intelligenza artificiale e gli algoritmi delle piattaforme digitali si inseriscono in questo quadro, contribuendo a selezionare, ordinare e generare contenuti. Le informazioni che raggiungono gli utenti, quindi, non dipendono soltanto da ciò che accade nel mondo, ma anche dai meccanismi tecnologici che ne influenzano la visibilità. Da un punto di vista sociologico, questo passaggio è particolarmente importante: il potere di informare non consiste più soltanto nella possibilità di pubblicare una notizia, ma comprende anche la capacità di renderla visibile, orientarne la presentazione e favorirne la circolazione.

La questione riguarda, pertanto, la qualità della democrazia informativa. Se una parte crescente della conoscenza collettiva passa attraverso sistemi che selezionano contenuti secondo criteri non sempre comprensibili agli utenti, diventa necessario sviluppare una maggiore consapevolezza critica. Il cittadino deve poter distinguere ciò che è documentato da ciò che è soltanto plausibile, riconoscere le differenze tra informazione e opinione e comprendere che la ripetizione di un’affermazione non ne dimostra la veridicità. La sociologia ci ricorda, inoltre, che la fiducia non è un dettaglio secondario della vita collettiva. È una risorsa che permette alle persone di collaborare, partecipare alle istituzioni e orientarsi in una realtà complessa. Quando l’informazione perde credibilità, il danno non riguarda soltanto i giornali o i giornalisti: può indebolirsi la fiducia reciproca, aumentare la conflittualità e diventare più difficile individuare una base comune di fatti sulla quale confrontarsi.

Per questo la qualità dell’informazione è anche una questione educativa e democratica.

L’intelligenza artificiale e i limiti della produzione automatizzata

L’intelligenza artificiale generativa può produrre testi scorrevoli, ordinati e convincenti. Ma la fluidità del linguaggio non costituisce una garanzia di correttezza. Un sistema può presentare informazioni inesatte, confondere circostanze, attribuire dichiarazioni in modo improprio o proporre riferimenti che non sostengono realmente le affermazioni formulate. Può anche riprodurre pregiudizi presenti nei dati utilizzati per il suo addestramento o restituire una rappresentazione incompleta di un problema.

Per il giornalista, quindi, utilizzare questi strumenti significa assumersi un compito ulteriore: controllare ciò che viene prodotto.

Le fonti devono essere individuabili e consultabili. I dati devono essere verificati. Le dichiarazioni devono trovare riscontro. I riferimenti normativi devono essere controllati sui testi ufficiali. Le immagini, soprattutto quando riguardano fatti di cronaca, devono essere autentiche o adeguatamente contestualizzate, affinché non inducano il pubblico a una percezione distorta degli avvenimenti. Anche lo stile richiede una riflessione. I sistemi generativi possono riprodurre strutture linguistiche ricorrenti, formule prevedibili e passaggi argomentativi generici. Tuttavia, non esiste un metodo infallibile per stabilire, dalla sola lettura di un articolo, se sia stato scritto interamente da una persona oppure generato, in tutto o in parte, da una macchina. Un testo umano può essere stereotipato e un testo assistito dall’intelligenza artificiale può essere accuratamente verificato, rielaborato e arricchito da un contributo professionale originale. La distinzione non può quindi essere affidata a impressioni stilistiche o a strumenti automatici di rilevamento considerati infallibili. La domanda più importante rimane un’altra: chi ha verificato le informazioni? Chi ha valutato la loro rilevanza? Chi risponde delle affermazioni pubblicate?

È in queste domande che si misura la differenza tra la semplice produzione di contenuti e il lavoro giornalistico.

La deontologia non può essere delegata a un algoritmo

Il tema assume una particolare rilevanza sul piano professionale. Il Codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti, in vigore dal 1° giugno 2025, affronta espressamente l’impiego dell’intelligenza artificiale. L’articolo 19 stabilisce che essa non può sostituire l’attività giornalistica e richiama gli obblighi di trasparenza, controllo, verifica delle fonti e responsabilità del professionista. Si tratta di un principio fondamentale. La tecnologia può agevolare il lavoro, ma non cancella i doveri di chi esercita la professione.

Il giornalista deve tutelare la dignità delle persone, rispettare la riservatezza, distinguere i fatti dalle opinioni, prestare attenzione alle persone vulnerabili e correggere eventuali inesattezze. Deve inoltre valutare le conseguenze della pubblicazione, soprattutto quando sono in gioco la reputazione di una persona, la vita privata o situazioni delicate. Non è sufficiente che un sistema abbia prodotto un testo apparentemente credibile. Occorre verificare che ogni affermazione rilevante sia sostenuta da elementi adeguati e che la rappresentazione dei fatti non sia fuorviante. La responsabilità professionale non può essere trasferita all’algoritmo, così come non può essere eliminata invocando la rapidità del lavoro o la necessità di pubblicare prima dei concorrenti.

Il principio vale anche per le immagini e i contenuti audiovisivi, la cui capacità di influenzare il pubblico è spesso superiore a quella delle parole. Una fotografia manipolata, una voce artificiale o un filmato presentato fuori contesto possono contribuire a costruire una rappresentazione falsa della realtà. L’UNESCO richiama, nelle proprie indicazioni sul rapporto tra intelligenza artificiale e informazione, la necessità di competenze adeguate, di un approccio critico alla tecnologia e di un giornalismo capace di rendere comprensibili anche le implicazioni sociali e politiche dell’innovazione. Il futuro della professione passa anche da qui: conoscere gli strumenti, comprenderne i limiti e utilizzarli senza rinunciare all’autonomia di giudizio.

Il giornalismo scomparirà come professione?

È una domanda alla quale non sarebbe serio rispondere con certezze assolute. Le professioni cambiano nel tempo, trasformano i propri strumenti e acquisiscono nuove competenze in relazione alle innovazioni tecnologiche e alle esigenze della società. La macchina da scrivere ha lasciato spazio al computer, la comunicazione analogica è stata affiancata da quella digitale e le redazioni hanno progressivamente modificato le proprie modalità organizzative. Nessuno di questi passaggi ha eliminato la necessità di conoscere la realtà, verificarne i fatti e comunicarli in maniera responsabile. L’intelligenza artificiale, tuttavia, introduce una trasformazione significativa perché interviene direttamente nella produzione e nell’elaborazione dei contenuti. Alcune attività ripetitive possono essere automatizzate, mentre altre richiedono competenze nuove: verificare i risultati generati, individuare manipolazioni, controllare la provenienza delle informazioni e valutare l’affidabilità delle fonti.

Il giornalista del futuro dovrà probabilmente conoscere sempre meglio le tecnologie che utilizza, ma anche sviluppare una capacità ancora più solida di analisi e interpretazione. Non basterà saper scrivere: occorrerà saper dimostrare ciò che si afferma, distinguere le informazioni attendibili da quelle dubbie e rendere comprensibile il percorso attraverso il quale si è giunti a una conclusione.

La professione potrà assumere nuove forme e integrare strumenti oggi in continua evoluzione. Ma finché esisterà una società che ha bisogno di comprendere gli avvenimenti, controllare il potere, conoscere fenomeni complessi e confrontare punti di vista differenti, resterà una funzione essenziale da svolgere. Il giornalismo non è soltanto la produzione di notizie. È un’attività di mediazione tra la realtà e la collettività, tra gli avvenimenti e la loro comprensione pubblica.

La sfida educativa: formare cittadini consapevoli

La responsabilità non riguarda esclusivamente i giornalisti. Coinvolge anche le scuole, le università, le istituzioni, le famiglie, le piattaforme digitali e i cittadini. In una società nella quale i contenuti possono essere prodotti e diffusi con estrema facilità, diventa fondamentale educare alla lettura critica delle informazioni. Occorre imparare a verificare la provenienza di una notizia, consultare fonti diverse, riconoscere la differenza tra un dato e una sua interpretazione e non confondere la popolarità di un contenuto con la sua attendibilità. Si tratta di competenze che appartengono anche alla formazione civica e sociologica, perché aiutano a comprendere come si costruiscono le rappresentazioni della realtà e come esse possano influenzare comportamenti individuali e collettivi. La questione è particolarmente rilevante per le giovani generazioni, che utilizzano quotidianamente strumenti digitali e si confrontano con un flusso continuo di messaggi, immagini e opinioni. Non è sufficiente insegnare loro come utilizzare una tecnologia: occorre aiutarle a comprendere quando sia opportuno fidarsi, quando sia necessario dubitare e come verificare ciò che viene presentato come vero. Anche le comunità locali possono svolgere un ruolo importante. Un giornale del territorio non è soltanto un mezzo per raccontare avvenimenti. Può diventare uno spazio di educazione alla cittadinanza, di confronto tra esperienze e di valorizzazione delle realtà sociali che rischiano di rimanere invisibili.

Nel Savuto, nel Reventino e nei piccoli centri, raccontare una comunità significa anche documentarne i problemi, dare voce alle persone, verificare le decisioni pubbliche e favorire una conoscenza più consapevole del territorio.

La dimensione locale, in questo senso, non è un limite. È un osservatorio privilegiato attraverso il quale comprendere fenomeni più ampi: lo spopolamento, le disuguaglianze, le trasformazioni del lavoro, il rapporto tra cittadini e istituzioni, la partecipazione democratica e il valore delle relazioni sociali.

Un’informazione radicata nel territorio, quando è seria e documentata, contribuisce a rafforzare la memoria collettiva e il senso di appartenenza, senza rinunciare alla critica e all’autonomia.

Il giornalista, custode delle fonti e della responsabilità pubblica

Il giornalista non è infallibile. Può commettere errori, interpretare male un fatto o attribuire un peso eccessivo a un elemento. La differenza sta anche nella capacità di riconoscere l’errore, correggerlo e rendere conto delle proprie scelte. La sua autorevolezza non deriva soltanto dal titolo professionale, dall’esperienza o dal mezzo attraverso il quale pubblica. Si costruisce nel tempo attraverso la coerenza del metodo, la qualità delle fonti, la trasparenza e il rispetto dei cittadini. Essere custodi delle fonti significa comprenderne il valore, proteggerle quando ne ricorrono i presupposti e verificarne le informazioni. Significa anche evitare che una dichiarazione non controllata diventi una certezza per il solo fatto di essere stata pubblicata. Il giornalista è chiamato a distinguere ciò che sa da ciò che deve ancora accertare, ciò che può documentare da ciò che rappresenta soltanto un’ipotesi. È questa disciplina del dubbio, unita alla ricerca delle prove, a rendere possibile un’informazione affidabile. La tecnologia può sostenere tale lavoro, ma non può sostituire la necessità di assumersi una responsabilità riconoscibile nei confronti del pubblico.

La vera posta in gioco è il futuro della conoscenza

Ogni innovazione tecnologica modifica il rapporto tra le persone e il mondo. L’intelligenza artificiale non fa eccezione: può ampliare le possibilità di accesso alle informazioni, facilitare il lavoro e offrire strumenti utili per comprendere fenomeni complessi. Allo stesso tempo, può rendere più difficile distinguere contenuti autentici e manipolati, amplificare errori e favorire una produzione di testi nella quale la quantità rischia di prevalere sulla qualità. Per questo non dobbiamo domandarci soltanto quanto velocemente una macchina possa scrivere un articolo. Dobbiamo chiederci quale informazione desideriamo per la nostra società, quali garanzie vogliamo offrire ai cittadini e quale ruolo intendiamo riconoscere alla responsabilità umana. L’intelligenza artificiale può contribuire alla produzione di un testo, ma la correttezza di un’informazione dipende dalle verifiche che la sostengono. Può suggerire una prospettiva, ma la sua rilevanza deve essere valutata criticamente. Può aiutare a organizzare le parole, ma il valore giornalistico di un contenuto non si misura soltanto dalla sua eleganza espressiva. La vera sfida non consiste nel difendere nostalgicamente il passato, né nell’accogliere senza riserve ogni innovazione. Consiste nel governare il cambiamento mantenendo saldi i principi che rendono l’informazione un bene pubblico. Il giornalismo è una professione nobile non perché sia immune dagli errori, ma perché si fonda su un impegno che va oltre la semplice pubblicazione: cercare di comprendere i fatti, verificarli, contestualizzarli e renderli accessibili alla collettività. La penna, la tastiera e l’algoritmo sono strumenti differenti di una comunicazione in continua evoluzione. Ma il loro impiego acquista valore soltanto quando è orientato alla conoscenza, alla trasparenza e al rispetto delle persone.

La tecnologia può cambiare il modo in cui scriviamo, ma non deve cancellare la responsabilità di ciò che raccontiamo.

Perché informare non significa soltanto produrre parole. Significa contribuire alla conoscenza collettiva, aiutare i cittadini a comprendere la realtà e rendere possibile un confronto fondato sui fatti. E in una società attraversata da trasformazioni sempre più rapide, il compito del giornalista rimane quello di osservare, interrogare, verificare e raccontare. Non per competere con una macchina sul terreno della velocità, ma per continuare a offrire ciò di cui una comunità democratica non può fare a meno: un’informazione attendibile, critica, plurale e responsabile.

Francesco Garofalo
Sociologo-giornalista e scrittore

Docente di Sociologia generale e Storia delle istituzioni politiche; già docente di Tecnologia, Comunicazione verbale e non verbale presso scuole di specializzazione universitarie e di materie giuridiche.