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IL CALICE DI DON DRINK | Penne avvelenate? Prima di scrivere, lasciatele decantare

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La satira e l’ironia de L’eco della valle- “IL CALICE DI DON DRINK . Penne avvelenate?” Prima di scrivere, lasciatele decantare. Il “religioso agnostico” di Dal Di-vino al Divino sale sul suo pulpito preferito-una sedia davanti a un tavolo- e impartisce la sua prima omelia sul giornalismo del sospetto: «Un’indagine non è una condanna, cento articoli non fanno una sentenza e il fango, a differenza del vino, invecchiando non migliora»

Don Drink quella mattina aveva deciso di essere morigerato. Davanti a lui c’erano un “cellulare” un caffè e un bicchiere vuoto.

«Don Drink, il bicchiere alle nove del mattino?» «È vuoto. Non cominciamo subito con le notizie false.» Poi prese il telefonico e Lesse. Lesse ancora. Aprì i social. Richiuse il telefono. Lo riaprì. Lo richiuse definitivamente. «Signore, perdonali.» Qualcuno gli fece che l’invocazione presentava qualche problema teologico. «Appunto. Se continuo a leggere certa roba, rischio persino di convertirmi.» E così cominciò l’omelia. Beati quelli che aspettano i fatti. «Fratelli ho scoperto una cosa straordinaria: nel mondo moderno un’indagine può diventare una condanna senza nemmeno disturbare il giudice.» Qualcuno sorrise. Don Drink no. Almeno per cinque secondi. «Funziona così: arriva un’indagine. Parte un titolo. Poi un altro. Poi dieci. Poi cinquanta. Poi cento. Alla fine nessuno ricorda più quale fosse il fatto originario, ma tutti hanno già emesso la sentenza.» Una voce dal fondo «E il processo?» «Antiquariato. Troppo lento. Oggi abbiamo i commenti su Facebook.» E alzò il bicchiere, ancora vuoto. «Ricordatevelo: un’indagine non è una condanna, un’accusa non è una prova, una fotografia non è un certificato di colpevolezza e cento articoli non fanno una sentenza.» Il nemico, naturalmente, nel fango sguazza.

L’invidioso si diverte.

Il rancoroso finalmente esclama: «Lo sapevo!».

Non si sa esattamente che cosa sapesse. Ma lo sapeva. La gente perbene, invece, possiede ancora un difetto gravissimo: ragiona. Legge. Aspetta. Confronta. E qualche volta pronuncia la frase più rivoluzionaria del nostro tempo: «Vediamo prima i fatti. veri» Don Drink annuisce. «Pericolosissimi, quelli che ragionano. Non mettono neppure “Mi piace” prima di aver letto l’articolo.» Il miracolo della moltiplicazione degli articoli. Si fa per dire! Poi c’è un fenomeno che Don Drink considera autenticamente soprannaturale.

La moltiplicazione.

Non dei pani e dei pesci.

Degli articoli si fa per dire!

Una notizia- si fa per dire- nasce una volta e risorge mille volte.

Il primo articolo racconta il fatto- si fa per dire!

Il secondo racconta il primo.

Il terzo cambia tre aggettivi.

Il quarto cambia la fotografia in stretta dissonanza con quanto raccontato!

Il quinto rimette quella del primo. Dal ventesimo in poi nessuno sa più esattamente da dove sia partita la storia. Al cinquantesimo compare il commentatore professionista: «Era tutto chiaro dall’inizio.» «Cosa?» «Tutto.» «Ma tutto cosa?» «Tutto!» E guai a chiedere altro. Don Drink prende finalmente la bottiglia. «Questa è una moltiplicazione che persino nei Vangeli avrebbero avuto difficoltà a spiegare.» Oggi, poi, c’è l’intelligenza artificiale. Magnifico strumento. Può aiutare a cercare, organizzare, scrivere, confrontare, implementa le compulsioni ossessive..

Ma Don Drink pone una condizione: «Per favore, non utilizziamo l’intelligenza artificiale per moltiplicare la stupidità naturale. Quella dispone già di un’eccellente rete distributiva.» Il mistero della fotografia colpevole Poi ci sono le fotografie. Don Drink ne osserva una. «Che cosa ha fatto questo signore?» «Non sappiamo.» «Però avete messo la fotografia.» «Sì.» «Allora dev’essere colpevole di fotografia aggravata.» Perché una fotografia accanto a un titolo può produrre nel lettore un’associazione potentissima. Il problema nasce quando l’immagine suggerisce più di quanto i fatti consentano di affermare. Don Drink scuote la testa.

«Una fotografia dovrebbe servire a riconoscere una persona, non a condannarla per fotogenia.» E pone una domanda.

«Se la fotografia è grande quando arriva l’accusa, quanto diventa grande quando arriva il provvedimento che chiarisce, ridimensiona o modifica la posizione?» Silenzio. «Capisco. Diventa formato francobollo.» Il santo protettore delle omissioni

Qui Don Drink scopre un altro miracolo.

Quando arriva un’accusa, internet corre. Fibra ottica. Titoli. Notifiche. Condivisioni. Fotografie. Commenti. Poi arriva magari un provvedimento favorevole, un chiarimento, un ridimensionamento. Improvvisamente internet rallenta.

Don Drink controlla il modem.

«Funziona.» Controlla il telefono. «Funziona.» Guarda il giornale. «Ah. Allora è la notizia che ha perso la connessione.» Ecco perché anche le omissioni raccontano. Se un fatto merita dieci titoli quando accusa, dovrebbe meritare attenzione anche quando chiarisce. Altrimenti non si informa. Si seleziona. E quando si selezionano soltanto i fatti utili a confermare ciò che si voleva dimostrare fin dall’inizio, Don Drink ha una definizione molto semplice:

«Non è più cronaca. È un menù fisso.»

A che cosa serve una penna? A questo punto Don Drink posa il bicchiere. «Domanda seria.» Silenzio generale. A che cosa serve una penna? A raccontare i fatti oppure a costruire un colpevole? A cercare la verità oppure a confermare un pregiudizio? A consentire al lettore di conoscere e formarsi liberamente un giudizio oppure a stabilire preventivamente chi sia il buono e chi il cattivo? A demonizzare l’avversario trasformandolo nel nemico eterno oppure a fare informazione?

Don Drink riflette.

«Perché se una persona ha sempre torto, qualunque cosa faccia, non siamo più davanti a un racconto giornalistico. Siamo davanti a una relazione sentimentale finita malissimo.»

Se parla, sbaglia. Se tace, è sospetto. Se risponde, è nervoso.

Se non risponde, evidentemente nasconde qualcosa. Se un provvedimento gli dà ragione, «bisogna vedere». «Una dedizione simile», osserva Don Drink, «meriterebbe almeno gli auguri all’anniversario.» La reputazione non si compra al supermercato Dietro un nome, però, esiste una persona.

E qui Don Drink torna serio. Una persona possiede una famiglia, una professione, relazioni, anni di studio, lavoro, sacrifici, risultati, meriti e una reputazione costruita nel tempo. Un curriculum non si cancella con un titolo di un giornale- si fa per dire! Una competenza non scompare con un post. Una vita professionale non può essere sostituita dalla fotografia scelta per accompagnare l’articolo più aggressivo. «La critica? Sacrosanta.» Don Drink versa. «Il controllo? Indispensabile.» Altro mezzo bicchiere.

«Le domande scomode? Benedette.»

Poi guarda tutti: «Ma criticare significa verificare. Non insinuare.» Perché il dubbio è uno degli strumenti più nobili dell’informazione quando serve a cercare la verità. Diventa qualcos’altro quando viene utilizzato per lasciare permanentemente una persona dentro il recinto del sospetto.

L’operatore di infrmazione- si fa per dire- con il lanciafiamme

Don Drink conosce anche un’altra categoria. Quella di chi considera una testata, un blog, una pagina… non una finestra sulla realtà, ma un’arma.

«Quelli sono meravigliosi.» Hanno un nemico per tutti i giorni della settimana. Lo ritrovano il lunedì e martedì. Mercoledì scoprono qualcosa. Giovedì riscoprono ciò che avevano scoperto mercoledì. Venerdì fanno il riepilogo. Sabato arriva l’editoriale. Domenica riposano? «Macché. Condividono.» La storia dell’informazione insegna che il potere che esercita può persino essere utilizzato male: per esercitare pressioni, condizionare, intimidire, delegittimare. Quando il metodo diventa «o stai con me e contro di Lui oppure diventi un bersaglio», non siamo più nella fisiologia del confronto democratico. Don Drink lo definisce un metodo culturalmente mafioso nella logica, non certo un’attribuzione di appartenenza criminale a qualcuno: è il meccanismo della pressione, della paura, della delegittimazione sistematica.

« L’operatore dell’informazione – si fa per dire- deve avere una penna», sentenzia, «non un lanciafiamme.» Sua Maestà il Clic Poi entra in scena lui. Il vero sovrano della comunicazione contemporanea. Il clic. Don Drink, a questo punto, si alza in piedi.

«Sua Maestà!» Il clic vuole scandalo. Il clic vuole indignazione. Il clic ama il nemico e desidera- citazione non prettamente biblica ” Ficati pendenti”. Espressione tipica dialettale che racchiude la malvagità delle anime dannate. Il clic adora il sospetto. Un titolo equilibrato?

Dieci lettori. «SCANDALO! VERGOGNA! INCREDIBILE!» Diecimila. Don Drink capisce finalmente.

«Quindi più veleno metti e più gente beve?»

Qualche volta funziona proprio così. Ma esiste un problema. La credibilità. «Se per guadagnare cento clic devi perdere la faccia, non mi pare un grande modello economico.» Poi formula il primo principio della Scuola economica di Don Drink: meglio cento clic in meno che una credibilità in meno.

Attenzione: il fango può presentare il conto. Qui il nostro religioso agnostico abbandona per un momento la satira. Perché chi ha scritto queste riflessioni conosce anche l’altra parte della storia. Ha conosciuto vessazioni. Ha conosciuto il danno. Ha aspettato. Poi sono arrivati gli atti. Le prove. Una decisione giudiziaria. E un risarcimento di entità tutt’altro che trascurabile per il danno riconosciuto.

Don Drink ascolta attentamente.

Poi domanda: «Quindi il fango può avere un prezzo?» Quando un giudice accerta un danno, sì. «Interessante.» Prende un foglio e scrive:

ATTENZIONE: L’USO IMPROPRIO DELLa tastiera PUÒ PRODURRE EFFETTI INDESIDERATI ANCHE SUL PORTAFOGLIO.

Qualcuno protesta. «È una minaccia?» «Assolutamente no. È educazione civica.» Chi ritiene di essere stato danneggiato non deve farsi giustizia da sé. Si rivolge alle sedi competenti. Porta gli atti. Produce le prove. Attende. E decide il giudice. «Vedete?», conclude Don Drink. «La civiltà è meravigliosa. Nessuno deve lanciare il fango indietro. Qualche volta basta aspettare il conto.» La penna avvelenata Don Drink arriva finalmente al problema principale.

La penna avvelenata.

La prende idealmente tra le dita. La osserva. «In realtà la penna non ha colpe.» Pausa. «È la mano che qualche volta dovrebbe fare una revisione.» Una buona penna verifica. Quella avvelenata insinua. Una buona penna distingue l’indagato dal condannato. Quella avvelenata trova la distinzione noiosa. Una buona penna pubblica gli sviluppi. Quella avvelenata ama soltanto la prima puntata. Una buona penna corregge. Quella avvelenata preferisce perseverare. «È come il vino cattivo», spiega Don Drink. «Puoi cambiare bottiglia, etichetta e bicchiere. Ma se è diventato aceto, sempre aceto rimane.»

L’ultima omelia

Don Drink riempie finalmente il calice. Questa volta davvero. Lo alza come se fosse una reliquia. «Alle buone penne.» Un sorso. «Che raccontino.» Secondo sorso. «Che verifichino.» Terzo.

«Che facciano domande.» Poi si ferma. «Anche scomode.» Altro sorso. «Ma che raccontino anche le risposte.» Si gira idealmente verso le penne avvelenate. «E a voi, fratelli dell’inchiostro amaro, che cosa possiamo augurare?»

Silenzio. Don Drink sorride. «Svelenatevi.» Meno rancore. Più documenti. Meno copia e incolla. Più verifica. Meno nemici personali. Più fatti. Meno sentenze sui social. Più rispetto per quelle dei tribunali. E ai seguaci del fango Don Drink riserva l’ultimo consiglio:

«Non bevete tutto quello che vi versano. Prima guardate almeno l’etichetta.» Perché il nemico può sguazzare nel fango. L’invidioso può compiacersene. Il rancoroso può persino brindare. La gente perbene fa qualcosa di molto più semplice: aspetta i fatti. Don Drink alza il calice un’ultima volta.

«Ricordate: il fango sporca subito, ma non invecchia bene. Le prove, invece, resistono. Le sentenze parlano. E i risarcimenti, quando vengono riconosciuti, hanno una caratteristica curiosa: non si pagano con i “Mi piace”.» Poi guarda la beata bottiglia. E pronuncia la sua benedizione laica: «Una buona penna e un buon vino hanno almeno tre cose in comune: richiedono tempo, non sopportano le adulterazioni e non hanno bisogno di veleno per lasciare il segno.» Pausa.

«Quanto alle penne avvelenate, lasciatele decantare. Prima o poi il veleno si deposita sul fondo.»

E beve. «L’importante è non berlo.»

Nota editoriale

Don Drink è un personaggio letterario e la presente rubrica utilizza ironia, paradosso e satira per proporre una riflessione generale su certa informazione- si fa per dire_ sulla comunicazione e sui comportamenti sociali. Ogni riferimento a indagini o procedimenti deve intendersi nel pieno rispetto della presunzione di non colpevolezza e delle competenze dell’autorità giudiziaria.

Il calice di Don Drink – L’Eco della Valle

Don Drink, il “religioso agnostico”, è il protagonista del romanzo di Francesco Garofalo Dal Di-vino al Divino, il religioso agnostico…, presente su Amazon in formato cartaceo e digitale.