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Giornata degli scherzi. Il primo aprile è la giornata dedicata alle burle. Tra notizie di guerra e pandemia, crolla anche il desiderio di scherzare.

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I aprile: giornata degli scherzi.   In molti Paesi della terra si  dedica questa giornata  ad organizzare scherzi,  leggeri e a volte anche pesanti,  utilizzando diversi canali attraverso i quali far  giungere al  destinatario   il messaggio confezionato per l’occasione.  Tradizione vuole che siano sempre tanti i malcapitati vittime di raggiri e prese per i fondelli, ricorrendo a incredibili  bugie  e messe in scena da rendere credibile  il messaggio fornito al malcapitato interlocutore.  Lo scenario geopolitico in atto, la presenza della  pandemia da covid19,   inclina il desiderio di scherzare:  la voglia di ricorrere alla burla non  alligna  nel cuore e nelle menti delle persone, provate dagli eventi che  vengono vissuti, direttamente o indirettamente, sui luoghi della sofferenza, ripresi e trasmessi attraverso i media.  Ricorrere all’umorismo, agli scherzi  è alquanto difficile in questo periodo storico. Ma come  si sa,  scherzare, ricorrere alla giocosità è uno sport mentale importante per allontanare le angosce  vissute e alimentare il benessere. Una sana presa in giro  aiuta a vivere meglio,  alleviando   le sofferenze. Ricorrere al  sano umorismo contribuisce a diminuire lo stress, l’ansia e la depressione. Per fare un buon pesce d’aprile sono richieste  delle abilità creative, dei schemi comportamentali scanzonati e strategie particolari.  Per alleggerire   il clima psicologico diffuso  bisogna  creare condizioni favorevoli affinchè lo scherzo messo in atto, in questo periodo difficile,  sia reso anche accettabile e di buon gusto.  Gli scherzi, come si sa, possono essere di varia natura, anche molto sofisticati e hanno sostanzialmente lo scopo bonario di burlarsi delle “vittime” di tali scherzi. La tradizione ha caratteristiche simili a quelle di alcune festività quali l’Hilaria dell’antica Roma, celebrata il 25 marzo, e l’Holi induista, entrambe ricorrenze legate all’equinozio di primavera

Le origini potrebbero risalire all’Antico Egitto. La leggenda narra che Antonio avrebbe chiesto a un servo di attaccare al suo amo un pesce enorme per fare bella figura con la sua Cleopatra. Ma la donna, fiutato l’inganno, lo avrebbe sostituito con un pesciolino finto. In Italia l’usanza risale a fine 1800, la prima città ad accogliere questa abitudine che proveniva dalla Francia pare sia stata Genova.

 Le origini del pesce d’aprile non sono note, anche se sono state proposte diverse teorie. Una delle più remote riguarderebbe il beato Bertrando di San Genesio, patriarca di Aquileia dal 1334 al 1350, il quale avrebbe liberato miracolosamente un papa soffocato in gola da una spina di pesce; per gratitudine il pontefice avrebbe decretato che ad Aquileia, il primo aprile, non si mangiasse pesce. Un’altra teoria tra le più accreditate colloca la nascita della tradizione nella Francia del XVI secolo. In origine, prima dell’adozione del calendario gregoriano nel 1582, in Europa era usanza celebrare il Capodanno tra il 25 marzo e il 1º aprile, occasione in cui venivano scambiati pacchi dono. La riforma di papa Gregorio XIII spostò la festività indietro al 1º gennaio, motivo per cui sembra sia nata la tradizione di consegnare dei pacchi regalo vuoti in corrispondenza del 1º di aprile, volendo scherzosamente simboleggiare la festività ormai obsoleta. 

Alcuni studiosi hanno inoltre ipotizzato come origine del pesce d’aprile l’età classica e, in particolare, hanno intravisto alcune possibili comunanze con l’usanza attuale sia nel mito di Proserpina (che dopo essere stata rapita da Plutone viene cercata invano dalla madre, ingannata da una ninfa), sia nella festa pagana dei Veneralia (dedicata a Venere Verticordia e alla Fortuna Virile) che si teneva il 1º april

In Scozia la ricorrenza è nota col nome di Gowkie Day (dallo scozzese gowk = “cuculo“), e pare che proprio qui sia nato il popolare scherzo che consiste nell’attaccare un avviso recitante “calciami” (kick me) sulla schiena della vittima.