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Ferdinando Perri, tra giornalismo e memoria: Rogliano, le sue radici e il futuro delle comunità

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Giornalista, autore di saggi storici e monografie, Ferdinando Perri ha affiancato all’esperienza nell’informazione radiotelevisiva e parlamentare un costante impegno nella ricerca e nella conservazione della memoria di Rogliano e del suo comprensorio. Libri, fotografie e testimonianze raccontano il suo legame con la comunità e l’attenzione alle persone che ne hanno segnato la storia. Con questa intervista, L’Eco della Valle ripercorre le tappe della sua attività e apre un confronto sulle trasformazioni del territorio, sul valore della memoria e sulla responsabilità di trasmetterla alle nuove generazioni. Un’occasione per conoscere il suo percorso e riflettere su ciò che le nostre comunità possono custodire e valorizzare per costruire il futuro.

Ferdinando, da dove nasce la tua passione per il giornalismo? Quali esperienze hanno segnato maggiormente il tuo percorso?
“A casa mia, dove sono nato, i giornali erano pane quotidiano. I miei genitori leggevano “il Tempo” ogni giorni e mai mancarono mancato di acquistare settimanalmente “il Borghese” di Mario Tedeschi e Gianna Preda, oltre a diversi giornali locali, alcuni dei quali, tra gli anni, Quaranta e Cinquanta, avevano illustrato l’attività di mio padre, che in Calabria rappresentava alcune aziende del Nord. I miei genitori erano reduci della Repubblica sociale, nella quale avevano militato ad importanti livelli. Credo che per questo fossero particolarmente sensibili alla informazione politica. Quindi, da ragazzi, abbiamo sentito l’odore della carta stampata e sfogliato i giornali e le riviste che arrivavano in casa. Pertanto, la mia attività pubblica e quella di mio fratello maggiore, Luigi, hanno risentito positivamente di questa sensibilità familiare. La lettura dei giornali, inevitabilmente, ha indotto entrambi ad approfondimenti e affinamenti culturali, che, con la preparazione di base che acquisivamo a scuola, hanno rappresentato un esercizio costante destinato alla nostra formazione. Quando mio fratello assunse la direzione del giornale studentesco “Il Baricentro”, è stato naturale seguirne le sorti dall’interno. Con lui abbiamo organizzato il movimento studentesco che si è battuto per la istituzione di una università in Calabria. Mi sono trovato pronto ad affiancare mio fratello. Era il 1966: io avevo quattordici anni, lui sedici non ancora compiuti. Da quel momento in poi, abbiamo militato nelle organizzazioni giovanili del Msi, maturando esperienze di vertice: io nella direzione nazionale del Fuan di Luciano Laffranco; mio fratello nella Giovane Italia e nel Fronte della Gioventù (nato a Cosenza con l’assemblea nazionale giovanile dell’aprile del 1968) di Pietro Cerullo e Massimo Anderson. Ai tre, Cerullo, Anderson e Laffranco risale la modernizzazione della Destra, quindi, le radici politiche di Gianfranco Fini e di Giorgia Meloni, entrambi alla guida del Fronte della Gioventù, ovvero da quella organizzazione che ha elaborato la sua piattaforma con la Prima assemblea delle organizzazioni giovanili del Msi. Noi, i fratelli Perri, siamo stati tra i fondatori del Fronte della gioventù. Dal Baricentro all’attività politica siamo stati naturalmente portati al giornalismo, che abbiamo praticato sin da giovanissimi, pur in condizioni di ostracismo ed emarginazione. Senza mai chiedere alcunché ad alcuno, siamo andati avanti, tra mille interdizioni, sino a scrivere sui giornali che hanno ospitato le nostre firme, a fondare periodici locali e un’emittente, Radio Gamma. Mio fratello ha vinto un concorso in Rai, io sono diventato giornalista parlamentare della Rai e per la stessa azienda di servizio pubblico ho curato rubriche sulla storia politica e parlamentare del nostro Paese. Dopo avere diretto le redazioni di diverse tv locali, tra cui Vuellesette di Lamezia Terme e del network nazionale Cinquestelle, ho diretto le redazioni politiche di ten,teleuropa network, video Calabria, con il circuito nazionale di Odeon TV e con Calabria Sat,la prima Tv satellitare calabrese Per il network Cinquestelle ho avuto modo di intervistare tutti i leader politici degli anni Settanta-Ottanta. Ma la cosa che di più mi inorgoglisce è stata la considerazione che ha sempre serbato per me l’ex presidente della Repubblica Cossiga, con il quale avevamo l’appuntamento mattutino per il caffè al Giolitti, insieme con il direttore dell’Adnkronos Marra”.


– Hai raccontato il territorio attraverso la parola scritta, l’audio e l’audiovisivo. Che cosa ti ha insegnato ciascuno di questi linguaggi e quale senti più vicino?
“Ho scritto venticinque libri, saggi storici e monografie, che mi hanno profondamente appassionato, portandomi a scandagliare archivi, biblioteche, emeroteche e, quindi, ad attività di ricerca che hanno rappresentato un versante di forte impegno e che mi hanno consentito di muovermi spesso su percorsi inediti. I linguaggi storico e politologico sono quelli che prediligo e che mi hanno indotto ad evitare un giornalismo militante. Ho le mie idee, ma ho cercato sempre di non farmene condizionare nel mio lavoro, consapevole come sono sempre stato della responsabilità che un operatore della informazione deve avvertire. Per le mie esperienze, mi sono trovato sempre a mio agio sia nella scrittura, pur variegata tra cronaca, saggi, pamphlet, libri, che chiaramente richiedono applicazioni e tecniche diverse e appropriate, sia negli strumenti radiotelevisivi, nei più disparati settori dell’informazione. Ci sono riuscito a rendere accettabile il mio modo di pormi? Non ci sono riuscito? Non tocca a me dirlo”.
– Nel tuo lavoro, la cronaca incontra spesso la memoria di Rogliano e del suo comprensorio. Quando hai avvertito il bisogno di raccogliere e custodire fotografie, storie e testimonianze?
“Credo che Rogliano, o meglio: posso dire di avere avvicinato la storia alla mia comunità con il mio libro “Rogliano & dintorni”, edito negli anni Ottanta, ossia dopo l’ultima pubblicazione storiografica, quella di Menicucci, che risale agli anni Cinquanta. Dopo di allora, non ci sono state pubblicazioni di interesse storico che abbiano riguardato Rogliano, dove sono nato e cresciuto. Certo, avverto radicato il senso di appartenenza e il mio amore per il paese. Ho cercato di esprimerli attraverso l’impegno giornalistico e storiografico che, a quanto pare, non sono stati inutili, se è vero come è vero che dopo quella mia prima pubblicazione, altri libri di altri autori sono fortunatamente fioriti. Ho operato in assenza di documentazione storica che non fosse quella archivistica e bibliotecaria, in un paese in cui della documentazione è stata fatta razzia indebita, con dispersioni colpevoli e appropriazioni altrettanto indebite che hanno privato la ricerca seria di importanti documenti. Nel corso della mia attività, non ho mancato di acquisire documentazione fotografica, che custodisco sì, ma che ho reso via via pubblica proprio per dare al passato il senso della storia, della narazione fedele ai fatti e della testimonianza aderente alla realtà”.
– Tra le immagini del tuo archivio e le vicende raccontate nei tuoi libri, quale ricordo ti sta particolarmente a cuore? Ci racconti perché?
“Beh, ce ne sono diverse, di immagini a me care, a parte, ovviamente, quelle familiari. Diciamo che a quelle familiari, relativamente al ruolo di sindaco, deputato e uomo di governo di mio suocero, Pietro Buffone, ho riservato una memoria personale di amorevole attaccamento, scaturito da vicende che progressivamente hanno avvicinato e legato i nostri sentimenti, la nostra stima che è diventata reciproca sulla base del nostro vissuto, quel vissuto che ha consentito a lui di conoscere me più a fondo e a me di conoscere lui più a fondo. Anche sul versante della politica, sia chiaro. Questa formidabile reciprocità mi ha portato a favorire le sue celebrazioni post mortem, che per me si sono rivelate come un’esperienza di incommensurabile umanità, che ho sintetizzato nel titolo del libro che gli ho dedicato:” Il deputato del popolo”, titolo che, per quello che ho avuto modo di constatare, riflette la figura umana e politica di mio suocero. La mia militanza nel Msi, con la stella polare di Almirante, e la mia familiarità con Buffone, mi hanno fatto comprendere il significato più profondo della parola popolo, vocabolo sparito dal lessico politico attuale. Questo senso ha creato l’humus dei miei scritti e delle mie pubblicazioni, anche di quelle storico-fotografiche. Ho presentato il popolo, l’umanità, con la spinta di sensibilizzare al senso identitario-comunitario”.


– Da giornalista e osservatore della vita comunitaria, come hai visto cambiare Rogliano e il suo comprensorio? Che cosa abbiamo perduto e quali risorse possiamo ancora valorizzare?
“Mi consenta di affermare che le dinamiche di trasformazione hanno stravolto la nostra società locale. Certo, siamo andati avanti sotto il profilo della modernità, intesa come progresso scientifico e tecnologico, ma non sono convinto del fatto che tale processo sia stato ben governato, almeno dagli anni Novanta in poi. Lo dimostra l’accelerazione delle tendenze di impoverimento delle comunità di questo comprensorio, tendenze di recessione socioeconomica e di depauperamento demografico. Si tratta di effetti devastanti, che non hanno rimosso negligenze, inerzie, incapacità diffuse. A questi processi di arretramento, a dispetto del progresso che ci è venuto da fuori per provvidenziale evoluzione, non è stata data alcuna risposta progettuale. E’ vero che fenomeni di questo tipo si sono appalesati in un quadro più generale, ma è altrettanto vero che non ci sono state iniziative di resistenza e di recupero dei più elementari livelli di sviluppo. Particolarismi, campanilismi, settorialismi, individualismi hanno rinvenuto, in una diffusa situazione di scarsa volontà di studio e di abbondanti manifestazioni di supponenza. C’è un fumus di presunzioni che, il più delle volte, si fa nebbia, che inibisce la chiarezza e la visibilità obiettiva. C’è scarsa propensione a unire gli sforzi, e voi, come giornale, state facendo sforzi titanici per cercare di indirizzare le cose sulla dritta via. Ma anche in questo caso, la resistenza è forte. Prevalgono i piccoli interessi di bottega. Basta aver rattoppato una buca dell’asfalto, per tagliare nastri tricolori. Ma qui si è tagliato il buonsenso, perdonate la sincerità. Certo, generalizzare è un errore. Epperò, le sacche dello status quo ci sono, eccome”

Ringraziamo Ferdinando Perri per la disponibilità e per aver condiviso con i lettori de L’Eco della Valle la sua esperienza e i suoi ricordi.(Francesco Garofalo)