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EDITORIALE | Quando la penna smette di informare e comincia a sporcare di Francesco Garofalo

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Il nemico sguazza nel fango, l’invidioso se ne compiace. La gente perbene, invece, legge, osserva e aspetta i fatti. Un’indagine non è una condanna, un’accusa non è una prova e cento articoli non fanno una sentenza. Quando l’informazione procura un danno ingiusto, esistono anche responsabilità e risarcimenti.

Chi scrive queste riflessioni non lo fa soltanto per osservazione professionale o per interesse sociologico. È stato personalmente destinatario, nel tempo, di reiterate vessazioni e di condotte ritenute lesive dei propri diritti, fino a quando la parola è passata alla giustizia. E proprio una sentenza ha riconosciuto il danno subito, disponendo un risarcimento di entità tutt’altro che trascurabile. È un’esperienza personale che insegna almeno una cosa: il rumore può durare a lungo, il fango può essere gettato con facilità e il sospetto può correre molto più velocemente della verità. Ma arriva il momento nel quale non contano più insinuazioni, titoli o racconti interessati: contano gli atti, le prove e le decisioni dei giudici. Ed è forse questa la migliore premessa per ciò che segue. C’è qualcosa di sociologicamente interessante nelle campagne di denigrazione: non raccontano soltanto chi ne è bersaglio. Finiscono inevitabilmente per raccontare anche chi se ne compiace. Nel fango il nemico sguazza, l’invidioso trova una momentanea gratificazione, il rancoroso cerca la conferma dei propri pregiudizi. C’è persino chi sembra attendere la cattiva notizia riguardante qualcuno non per comprenderla, ma per poterne finalmente gioire. La gente perbene reagisce diversamente. Legge. Osserva. Ragiona. Aspetta. E soprattutto sa leggere tra le righe e dentro il corpo stesso della denigrazione. Si domanda perché una determinata vicenda venga raccontata cento volte. Perché ritornino sempre le stesse parole, le stesse fotografie, le stesse insinuazioni. Perché alcuni elementi vengano amplificati e altri taciuti. Perché ciò che potrebbe accusare conquisti titoli e rilanci, mentre ciò che potrebbe chiarire, ridimensionare o smentire riceva un’attenzione incomparabilmente minore. La persona intellettualmente libera non domanda: «Chi devo condannare?».

Domanda: «Quali sono i fatti?»

Ed è questa domanda a segnare il confine tra informazione e propaganda, tra cronaca e accanimento, tra esercizio della critica e costruzione del fango.

Il fango, qualche volta, presenta il conto

L’esperienza insegna anche un’altra cosa che le penne “avariate” farebbero bene a non dimenticare: la reputazione ha un valore e il danno ingiustamente arrecato può avere un costo. Chi scrive non opera in una zona franca. La libertà di stampa è un presidio irrinunciabile della democrazia; proprio perché è una libertà preziosa porta con sé responsabilità altrettanto importanti. Quando una persona ritiene di essere stata ingiustamente danneggiata non dovrebbe rispondere al fango con altro fango. Esistono giudici, regole, prove, contraddittorio e strumenti previsti dall’ordinamento. Ed è nelle sedi competenti che si accertano le responsabilità e, quando ne ricorrono i presupposti, si riconoscono i risarcimenti. Per questo, anche di fronte a ulteriori situazioni ritenute lesive, ciascuno conserva il diritto di chiedere l’accertamento dei fatti e il ristoro degli eventuali danni subiti. Non è una minaccia. È fiducia nello Stato di diritto. Perché la libertà di informare non coincide con la libertà di danneggiare. Una tastiera non concede immunità. Una fotografia non dimostra una colpa. Cento articoli non fanno una sentenza. Mille condivisioni non trasformano un’ipotesi in una prova. E soprattutto un’indagine non è una condanna.

A che cosa serve una penna?

È da qui che nasce una domanda che ogni operatore dell’informazione dovrebbe avere il coraggio di rivolgere anzitutto a se stesso: a che cosa serve una penna? Serve a raccontare i fatti oppure a costruire un colpevole? A cercare la verità oppure a confermare un pregiudizio? A consentire al lettore di conoscere e formarsi liberamente un giudizio oppure a suggerirgli preventivamente chi debba essere considerato buono e chi cattivo? A demonizzare l’avversario, trasformandolo in un nemico permanente da colpire, oppure a svolgere fino in fondo il compito più autentico dell’informazione: raccontare, verificare, approfondire e offrire al lettore gli strumenti per comprendere? Non sono interrogativi retorici. Riguardano il significato stesso dell’informazione all’interno delle comunità. Una buona penna non è quella che grida più forte. È quella che verifica meglio. Non è quella che accumula aggettivi, ma quella che raccoglie fatti. Non è quella che trasforma un’ipotesi investigativa in una sentenza anticipata, ma quella che sa distinguere tra indagine, accusa, prova e responsabilità accertata. Questa distinzione dovrebbe appartenere al patrimonio elementare di chiunque pretenda di informare.

Quando l’informazione costruisce il sospetto. Esiste una degenerazione del racconto pubblico che merita di essere osservata anche sociologicamente. Accade quando una vicenda giudiziaria genera decine, talvolta centinaia, di articoli costruiti intorno alle medesime parole, alle medesime immagini e alle medesime insinuazioni. Il fatto originario progressivamente scompare e viene sostituito dalla sua rappresentazione. È il meccanismo della reiterazione: ciò che viene ripetuto continuamente rischia di essere percepito come vero indipendentemente dalla sua effettiva dimostrazione. Come è possibile che intorno a una sola indagine possano moltiplicarsi articoli, commenti e rilanci quasi identici, talvolta costruiti attraverso semplici copia e incolla, avvalendosi magari anche dell’intelligenza artificiale? E quale contributo alla conoscenza offre il centesimo articolo quando non aggiunge un documento, una fonte, una testimonianza verificata o un elemento nuovo rispetto ai novantanove precedenti? Nell’epoca digitale il fenomeno assume dimensioni ancora maggiori. Titoli costruiti per catturare l’attenzione, rilanci sui social, automatismi editoriali e persino un utilizzo irresponsabile dell’intelligenza artificiale possono moltiplicare all’infinito una stessa narrazione. Ma la tecnologia non assolve nessuno dalla responsabilità. L’intelligenza artificiale può aiutare a elaborare un testo; non può trasformare un sospetto in un fatto. Può velocizzare la scrittura; non può sostituire verifica, coscienza professionale, conoscenza delle regole e rispetto della dignità delle persone.

E soprattutto non dovrebbe diventare il moltiplicatore tecnologico delle miserie umane.

Anche le omissioni raccontano. C’è poi un’altra questione sulla quale vale la pena riflettere. Perché dedicare enorme evidenza all’apertura di un’indagine e assai meno spazio agli eventuali sviluppi successivi che modificano o ridimensionano determinate posizioni? Perché eventuali provvedimenti dell’autorità giudiziaria favorevoli alle persone inizialmente coinvolte talvolta non ricevono la medesima evidenza riservata alle contestazioni originarie? Perché utilizzare fotografie e immagini in maniera tale da indurre il lettore ad associare immediatamente determinate persone a fatti o filoni investigativi senza rappresentarne con altrettanta chiarezza la specifica posizione? Sono domande di metodo prima ancora che giuridiche.

Anche l’omissione comunica.

Un’informazione corretta non dovrebbe selezionare soltanto ciò che rafforza una tesi precostituita. Se un fatto è giornalisticamente rilevante quando accusa, dovrebbe esserlo anche quando chiarisce, ridimensiona o smentisce. Altrimenti non siamo più davanti alla ricerca della verità, ma alla costruzione di una narrazione.

La reputazione non è materiale da consumo

Dietro ogni nome pubblicato esiste una persona. Esistono una famiglia, una professione, relazioni sociali, anni di studio, risultati raggiunti, responsabilità esercitate e una reputazione costruita magari nell’arco di decenni. La professionalità non nasce da un titolo sul web e non può essere cancellata da cento articoli fotocopia. Si misura attraverso le competenze manifestate sul campo, lo studio, la ricerca, le pubblicazioni, l’attività professionale, i risultati conseguiti e ciò che un curriculum documenta. Tutto questo può e deve essere sottoposto a critica. Nessuno deve essere sottratto al controllo dell’informazione.

Ma criticare significa verificare, non insinuare. Controllare significa cercare documenti, confrontare le fonti, ascoltare le parti interessate e aggiornare il racconto quando emergono elementi nuovi. Il dubbio è uno strumento nobile del giornalismo quando serve a cercare la verità. Diventa qualcosa di profondamente diverso quando viene utilizzato per mantenere permanentemente una persona dentro il recinto del sospetto.

Quando l’informazione diventa strumento di pressione

La storia del giornalismo conosce anche pagine nelle quali il potere derivante dalla disponibilità di una testata, di un microfono o di una platea è stato utilizzato in maniera distorta. Sono esistiti e possono esistere personaggi che si presentano come operatori dell’informazione senza aver mai compreso fino in fondo il significato sociale che l’informazione assume all’interno di una comunità. Informare significa esercitare un potere. E proprio per questo significa assumersi una responsabilità. Quando la capacità di incidere sulla reputazione altrui viene trasformata in strumento di pressione, intimidazione, condizionamento o delegittimazione, si entra in una logica profondamente estranea alla funzione democratica della stampa. Una logica che può assumere modalità intimidatorie e culturalmente mafiose nel metodo, quando riproduce il meccanismo del “o stai con me oppure diventi un bersaglio”. Si parla, naturalmente, di una modalità relazionale e comunicativa, non dell’attribuzione di appartenenze criminali a chicchessia.

La storia ha conosciuto casi nei quali l’informazione è stata utilizzata come strumento di pressione e, nei casi giudiziariamente accertati, persino di ricatto. Non sempre queste degenerazioni emergono immediatamente. Talvolta interviene successivamente la giustizia. Altre volte sono proprio giornalisti seri, attraverso documenti, verifiche e nuove inchieste, a portare alla luce ciò che era rimasto nascosto. Perché il giornalismo possiede anche gli anticorpi contro il cattivo giornalismo. E qualche volta ciò che non emerge subito lo scopre il tempo.

Il clic non può sostituire la deontologia. Esiste infine una questione economica che sarebbe ingenuo ignorare.

Nell’ecosistema digitale l’attenzione produce valore. Un titolo aggressivo genera curiosità. Lo scandalo produce condivisioni. Il sospetto genera commenti. L’indignazione produce clic. Ma quando il bisogno del clic prende il posto della verifica, il giornalismo rischia di trasformarsi nel commercio del sospetto.Se per sopravvivere economicamente una realtà editoriale avesse bisogno di costruire continuamente nemici, alimentare scandali e individuare nuovi bersagli, il problema non sarebbe il mondo intero che improvvisamente le si rivolta contro.

Il problema sarebbe il modello che essa stessa ha costruito. La credibilità non si misura soltanto attraverso il numero delle visualizzazioni. Si misura soprattutto attraverso ciò che rimane quando il clamore è terminato.

Il tempo è galantuomo Chi ha subito campagne denigratorie conosce quanto sia difficile recuperare ciò che una rappresentazione distorta può sottrarre. La giustizia ha i propri tempi, spesso molto diversi da quelli della rete. Un titolo impiega pochi secondi a diventare virale; un procedimento giudiziario può richiedere anni. Ma esiste una differenza decisiva: il titolo vive dell’immediatezza. La sentenza vive delle prove.

Ed è per questo che il tempo può diventare galantuomo. Le decisioni giudiziarie consegnano alla storia le verità giuridicamente accertate.

Accanto ad esse maturano le verità sociali, quelle che nascono dalla conoscenza complessiva dei fatti, dei documenti, delle condotte e delle persone. Ciò che una penna avvelenata tenta di sottrarre alla reputazione di una persona perbene può essere restituito.

Dalla conoscenza.

Dai fatti.

Dalle sentenze.

E, quando il danno viene accertato, anche dal risarcimento che chi ne è responsabile può essere chiamato a corrispondere. Chi scrive lo ha già sperimentato: dopo il rumore sono arrivati gli atti; dopo le vessazioni, il riconoscimento del danno; dopo le parole, una sentenza e un risarcimento. Perché una penna può tentare di ferire una reputazione, ma una decisione giudiziaria può riconoscere il torto subito e stabilire anche le conseguenze economiche del danno accertato.

La buona penna

Alla fine torniamo alla domanda iniziale: a che cosa serve una penna?

Una buona penna racconta i fatti. Li verifica. Li contestualizza. Distingue l’ipotesi dalla prova e l’indagine dalla condanna. Rispetta la dignità delle persone e riconosce il diritto del cittadino a ricevere un’informazione completa.

Una buona penna non teme di rettificare. Non nasconde ciò che contraddice una precedente narrazione. Non confonde l’indagato con il condannato. Non utilizza una fotografia per suggerire ciò che i fatti non dimostrano. Non trasforma il dubbio in colpa. Non costruisce il mostro perché il mostro produce clic. E soprattutto una buona penna non ha bisogno del veleno per essere autorevole. Alle penne avvelenate, allora, rivolgiamo un invito: svelenatevi.

E a chi le segue, applaude e si compiace del fango rivolto agli altri, un consiglio altrettanto semplice: non fatevi prestare gli occhi dal rancore altrui. Leggete. Cercate. Verificate. Pensate con la vostra testa. Perché il nemico può sguazzare nel fango e l’invidioso può persino provarne piacere. La gente perbene fa altro: aspetta i fatti. E i fatti hanno una caratteristica che il rumore della rete qualche volta dimentica: possono tardare, ma restano. Il fango sporca per un giorno. Le prove restano. Le sentenze parlano. I risarcimenti presentano il conto. E il tempo, quando finalmente separa la verità dal veleno, restituisce a ciascuno ciò che gli appartiene: alle persone perbene la dignità, alle buone penne la credibilità e alle penne avvelenate la responsabilità delle parole che hanno scelto di scrivere.

Seguite la satira de L’eco della valle, Il Calice di Don Drink.