Home Attualità Denise Cosco, la Procura indaga sulla sua morte: disposta l’autopsia.

Denise Cosco, la Procura indaga sulla sua morte: disposta l’autopsia.

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Il fascicolo per istigazione al suicidio è stato aperto contro ignoti. Il dolore del Paese si accompagna a una domanda collettiva: sappiamo davvero proteggere chi rompe con la violenza mafiosa?

ROMA – La morte di Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo, non resterà priva di approfondimenti. La Procura di Velletri ha aperto un fascicolo, al momento contro ignoti, ipotizzando il reato di istigazione al suicidio. Si tratta di una qualificazione investigativa necessaria a consentire gli accertamenti e non implica, allo stato, responsabilità già individuate. I magistrati, coordinati dal procuratore Carlo Villani, hanno disposto l’autopsia e il sequestro del telefono cellulare della trentacinquenne. L’analisi del dispositivo dovrebbe aiutare gli investigatori a ricostruire i suoi ultimi giorni, verificare le comunicazioni intercorse e stabilire se siano emersi comportamenti o pressioni riconducibili ad altre persone. Denise è morta in ospedale dopo il gesto compiuto ad Ariccia. La notizia ha attraversato rapidamente il Paese, suscitando dolore nel mondo delle istituzioni, della magistratura, dell’associazionismo e tra quanti avevano conosciuto la storia sua e di sua madre. Il nome di Denise Cosco è legato a una delle pagine più drammatiche della lotta alla ’ndrangheta. Sua madre, Lea Garofalo, aveva deciso di ribellarsi all’ambiente criminale nel quale era vissuta e di collaborare con la giustizia. Fu assassinata nel 2009 per ordine dell’ex compagno. Denise, allora giovanissima, scelse di non arretrare. Si costituì parte civile e testimoniò contro il padre, contribuendo all’affermazione della verità giudiziaria sull’uccisione della madre. Quel gesto rappresentò una scelta di libertà, ma comportò anche un prezzo umano difficilmente misurabile: la perdita degli affetti, l’allontanamento dai luoghi d’origine, la protezione, il cambiamento di identità e il peso di una storia dolorosa destinata ad accompagnarla nel tempo. Oggi, mentre la magistratura cerca di chiarire ogni aspetto della sua morte, è indispensabile evitare conclusioni anticipate e rispettare la riservatezza dell’indagine. Il dolore non può trasformarsi in un processo sommario né alimentare ricostruzioni prive di riscontri. Numerosi sono stati i messaggi pubblici dedicati a Denise. Don Luigi Ciotti e Libera l’hanno ricordata insieme alla madre come protagonista della medesima ribellione alla violenza mafiosa, annunciando la volontà di affiancare il suo nome a quello di Lea nella memoria delle vittime innocenti. L’Associazione nazionale magistrati ha definito la sua scomparsa una sconfitta per l’intera società, richiamando la responsabilità quotidiana delle istituzioni nel sostenere chi trova la forza di denunciare. Il vicepresidente della Conferenza episcopale italiana, monsignor Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Ionio, ha invitato la società civile e la Chiesa a interrogarsi su ciò che sarebbe stato possibile fare in termini di vicinanza, prevenzione e accompagnamento. Dalla Calabria sono giunti il cordoglio di numerose personalità del mondo sociale e culturale, insieme a quello di numerose associazioni.

Denise non deve essere ridotta soltanto al gesto che ha concluso la sua vita, così come non può essere confinata nel ruolo di “figlia di”. È stata una donna alla quale, ancora adolescente, fu richiesto un coraggio enorme. Ha scelto la verità quando tacere sarebbe stato più semplice e ha contribuito a rendere giustizia a sua madre. Ora spetta alla magistratura accertare i fatti. Alla società resta una domanda dalla quale non dovrebbe distogliere lo sguardo: dopo avere celebrato il coraggio di chi rompe con la mafia, siamo davvero capaci di accompagnarlo verso una vita libera, piena e nuovamente sua? ( La Redazione)

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