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Covid-19, il commovente racconto del sindaco di Rogliano, Giovanni Altomare a distanza di un anno dal contagio

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Il primo cittadino di Rogliano, Giovanni Altomare,  ad un anno del ricovero in ospedale per le conseguenze causate dal virus, affida ai social il commovente racconto  sulla  sua  dolorosa sofferenza Covid-19 .

“Un momento che mi ha segnato per sempre e che oggi fa parte della mia essenza”.

Potrei dire che l’incubo è lontano, no. Non direi la verità. Se l’incubo va dissolvendosi, è vivo il ricordo, il ricordo drammatico che va in dissolvenza con l’affetto che ho ricevuto. Questo pensiero, per fortuna, è diventato sempre più prevalente. Per cui, dico a tutti: grazie!  Con questi sentimenti si rivolge ai suoi cittadini e non solo per raccontare  ciò che ha  vissuto sulla propria pelle. Non solo un racconto ma anche un monito

Un anno fa-  scrive sulla sua pagina fb- il Sindaco Altomare- sono stato ricoverato all’ospedale “Annunziata” di Cosenza, prima nel reparto di Pneumologia, poi in quello di Malattie Infettive, per avere contratto il coronavirus.  Questa data rimarrà scolpita nel profondo del mio animo.

“La carica virale è stata violenta. Ne ho avvertito i primi sintomi, subito dopo una serie di riunioni, che, nella mia avvertitissima responsabilità di Sindaco, avevo avviato per predisporre, insieme con gli altri Amministratori comunali e con i Responsabili dei Settori del Comune, un piano di prevenzione a tutela della salute pubblica.

L’ho fatto, con largo anticipo rispetto ad altri: erano gli ultimi giorni di febbraio, quando ho deciso che qualcosa andava fatta per garantire la serenità e la sicurezza dei miei concittadini. Alle riunioni comunali sono seguiti necessariamente incontri con i Carabinieri, con i Sindaci dei Comuni vicini, con l’Asp, con i medici, con gli ospedalieri, con i Volontari della Protezione Civile e con gli esponenti di varie associazioni e delle altre realtà associate che operano nel nostro territorio.

Ho fatto di tutto per approntare quanto necessario alla tutela di ciascuno di noi.

Ho fatto appena in tempo a concludere questa fase preparatoria, quando il mostro invisibile – perché di mostro si tratta – mi ha assalito, senza più darmi tregua. Sono stato nove giorni a casa con la febbre e tutti i sintomi del Covid, che sconoscevo, ma temevo fossero quelli, quelli maledetti e infidi. Sono stati nove giorni d’inferno.

Ho chiamato per avere il tampone e sono stato messo in fila nella lista d’attesa. Ho aspettato nove lunghi giorni. Avevo difficoltà di respirazione. Sono caduto in uno stato di prostrazione. Faticavo a reclamare una visita medica. Pensavo di aspettare il mio turno, nel rispetto degli altri, che potevano averne più bisogno di me.

Vi confesso: pensavo al peggio, con la mente che correva ai miei familiari, a mia moglie, a mio figlio. Temevo per loro. Finalmente, dopo gli allarmati solleciti che familiari, amministratori comunali e amici hanno rivolto all’Asp, alla prefettura e, persino, ai carabinieri, ho ricevuto assistenza. Avevo febbre. D’urgenza, l’ambulanza mi ha trasportato in ospedale. Stavo lasciando la mia casa, senza sapere bene a cosa andavo incontro e senza avere la consapevolezza di poter ritornarci.

Non so quello che è successo dopo. Non ne avevo coscienza. Vedevo immagini confuse. Sentivo voci indistinte e concitate.

Mi sono trovato, dopo non so quanto tempo, su un letto, con l’ossigeno, che mi aiutava a respirare. Pensavo di morire. Pensavo ai miei cari. Pregavo. Ho pregato intensamente, sicuro di essere ascoltato. Un anno fa nei reparti Covid degli ospedali si respirava il terrore nell’aria, tra i pazienti ed il personale medico. Il terrore di trovarsi in una situazione anormale, un virus sconosciuto che stava diventando una pandemia, che non ha dato il tempo di trovare le armi per poterlo combattere. Oltre al caos dei primi giorni di ricovero, all’insufficiente terapia seguita per combattere la malattia, si aggiungeva il pensiero costante alla mia famiglia, al mio ruolo istituzionale e alla mia comunità, ritrovatasi a combattere questa pandemia senza la presenza del Sindaco e gran parte della Giunta, dei Responsabili di Settore.

Il pensiero quotidiano era quello di fare in modo che il Comune di Rogliano potesse continuare ad essere presente nelle risposte, nel coordinamento delle forze e nella gestione dei servizi essenziali.Sono andato incontro a settimane dove la mia condizione si è aggravata e dove ho pensato, tra le lacrime e l’impotenza, che non avrei più rivisto la mia famiglia, i miei cittadini, la mia città.

Ho affidato le mie preghiere più intime all’Immacolata, nostra Patrona, che unite a quelle della mia comunità attraverso messaggi, telefonate, mi hanno fatto sentire affetto, solidarietà, vicinanza nel momento più buio. Medici, infermieri, ausiliari mi hanno tenuto su. Sono stati tutti fantastici. Veri angeli custodi. Devo a loro il sollievo della mia angoscia. Devo a loro se ho ricominciato a sorridere. Sono stati loro lo strumento di un miracolo, di cui credo sono stato destinatario. Ho sentito l’amore dei miei, ho sentito le loro preghiere che facevano eco alle mie.

Ho sentito l’affetto dei miei amici e concittadini. Ho sentito le spinte che mi portavano verso il sereno. Ma – vi confesso – non è stato facile. Anzi, è stato tremendo. Grazie a questa forza, alle cure sperimentali ricevute, ho iniziato a reagire e giorno dopo giorno mi sono lasciato alle spalle questo terribile momento con qualche strascico che mi sono portato dietro. Un momento che mi ha segnato per sempre e che oggi fa parte della mia essenza. Potrei dire che l’incubo è lontano, no. Non direi la verità. Se l’incubo va dissolvendosi, è vivo il ricordo, il ricordo drammatico che va in dissolvenza con l’affetto che ho ricevuto. Questo pensiero, per fortuna, è diventato sempre più prevalente.

Per cui, dico a tutti: grazie! Grazie a Dio. E grazie a tutti, indistintamente. Mi auguro che la mia esperienza valga ad alimentare il senso del rischio che continua ad incombere anche sulla nostra comunità. Desidero offrirvi – pur se so che non è propriamente necessario per il senso di responsabilità che ciascuno di voi ha dimostrato nelle cautele anti-contagio – un motivo in più per non abbassare la guardia. La mia, più che una raccomandazione,- conclude il Sindaco Giovanni Altomare –  è una preghiera che rivolgo a ciascuno di voi. Preserviamoci, per il bene delle nostre famiglie. Lo sguardo amorevole dei nostri cari deve ispirarci,- conclude il primo cittadino di Rogliano nel suo drammatico e coraggioso racconto-  perché quello sguardo è il vero antidoto contro il male”.

345Eugenio Garofalo, Ferdinando Perry e altri 343
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