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Così la Calabria “muore”.

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Non si tratta di un irreversibile declino legato alle conseguenze della criminalità organizzata, agli effetti della triste e storica convivenza o connivenza tra potere politico e mafie, cause che hanno inciso, incidono e graveranno comunque e sempre sul blocco della crescita economica e sociale. La ndrangheta si sa limita lo sviluppo, spegne l’agibilità democratica, demotiva ad investire. Di mafia si muore. Ma c’è un male oscuro e sempre più insidioso che minaccia la sopravvivenza della nostra meravigliosa terra. Si chiama emigrazione dei cervelli. E’ un fenomeno che in questi ultimi anni si è accentuato, alimentando la ricchezza di altre zone dell’Italia e del mondo a scapito del tessuto culturale delle nostre zone. Sono sempre in crescita, infatti, i flussi emigratori degli studenti calabresi che, terminato il ciclo di formazione delle scuole superiori prendono il volo verso i migliori atenei del centro Nord. Il dato viene fornito dall’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (Anvur) ed evidenzia come solo nell’ultimo anno oltre quattromila giovani abbiano imboccato la strada che li ha condotti fuori dalla Calabria. Regione questa che si colloca al terzo posto per l’esodo di matricole. Un fatto preoccupante, un primo passo che ha come conseguenza la sfiducia complessiva che i giovani conservano verso il futuro della nostra regione, un territorio privato di sbocchi occupazionali e di speranze per il futuro. Una terra sguarnita di speranze, deprivata di fiducia è una terra destinata a morire sul piano economico ovvero ad essere occupata sempre più dal malaffare, dalle clientele, dagli intrallazzi, da gente senza scrupoli e senza coscienza. Se le migliori intelligenze scappano, se i più giovani del sud Italia non scommettono più sul futuro della propria regione, se un quarto della popolazione studentesca abbandona il Sud Italia, è perché è stata smarrita la fiducia, è stata profilata una vita senza sbocchi professionali. La speranza di conseguire una Laurea, una specializzazione nelle terre esterne alla Calabria, di investire le intelligenze ed i talenti verso il Nord, nasce da un mutamento delle condizioni produttive in atto. La Calabria è vittima della sua arretratezza economica ma, diciamolo pure, anche dalla sua depressione culturale e dalla sua incapacità di produrre rivoluzione intellettuale.
La categoria degli intellettuali, ha preferito storicamente commentare il decadimento esistente, contemplare lo sfasciume, ma non è riuscita mai a dotarsi di una propria identità politica, capace di esprimere direttamente il cambiamento. Non è riuscita mai ad esprimere un leader capace di aggregare le masse e portare a termine il cambiamento sociale. Ha sempre delegato ad altri il compito della rappresentanza, accettando di volta in volta qualche delega nei governi regionali e locali, ma mai un’ipoteca come classe dirigente. Gli intellettuali calabresi non hanno mai fatto la storia politica della regione, non hanno mai contribuito a rivoluzionare i processi produttivi, lasciando ad altre fonti il compito di utilizzare risorse (regionali, nazionali ed europee) che avrebbero potuto cambiare veramente il corso della storia del meridione in generale.
Un meridione che si allontana sempre di più dal resto del paese e dell’ Europa non potrà che presentarsi al cospetto del mercato globale come territorio da emarginare sul piano degli investimenti produttivi. La Calabria muore per i calabresi, per i cervelli vecchi e moderni, resisi incapaci di reagire di fronte allo sfasciume determinato da una classe politica votata al malaffare e all’allontanamento degli onesti dai posti di responsabilità. Ma se il ceto politico è stato e sarà inadeguato ad incentivare la crescita e lo sviluppo, altrettanto manchevole è stata la categoria degli intellettuali e della classe dirigente in generale, che non ha saputo proporre “resistenza” all’interno della propria terra, abdicando alla lotta e all’unità di intenti, scappando di fronte alle proprie responsabilità. Scappare non serve, a meno che la fuga non inglobi una forma di protesta e di lotta che sproni al risveglio delle coscienze rassegnate allo sfascio. Che sproni alla ribellione, all’avversità delle angheria e delle storture che avvelenano le relazioni produttive e la crescita civile. La Calabria può anche morire per abbandono. Il resto del paese è comunque salvo. Ed esso dovrà farsi carico della salvezza di questa meravigliosa terra di Calabria,
ingenerosa con se stessa ma splendida di vedute per il centro nord. La storia continua e la Calabria, da terra di emigrazione contadina ed operaia, si adegua a fornire sempre alla stessa emigrazione nuova linfa per impoverire se stessa ed alimentare, per responsabilità diverse e drammatiche, il resto del Paese e dell’Europa. Così “muore” una Regione che non può affidare soltanto alla sua bellezza naturale il compito di bloccare l’inarrestabile declino economico e sociale