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Canto ambivalente dell’Epifania: tra dolcezza e amarezza

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Nella poesia di Giovanni Pascoli, la figura della Befana si trasforma in un motivo per esaminare la realtà socio-culturale del Paese,  soffermandosi  sull’abisso  esistente  tra le famiglie abbienti e quelle meno fortunate. La prospettiva della vecchia signora che vola sulla sua scopa rappresenta uno sguardo privilegiato, in grado di osservare il mondo dall’alto, ottenendo così una visione generale priva di giudizi e moralismi. La poesia di Pascoli, inclusa nella raccolta “La Befana ed altro” del 1896, offre uno sguardo sulla fine del XIX secolo in Italia, ma, leggendola oggi, si possono rilevare parallelismi con la realtà contemporanea. La figura della Befana sembra fungere da ponte tra passato e presente, attraversando il filo della tradizione che permane mentre il contesto circostante evolve.

La Befana” di Giovanni Pascoli: testo

Viene viene la Befana,

vien dai monti a notte fonda.

Come è stanca! la circonda

neve, gelo e tramontana.

Viene viene la Befana.

Ha le mani al petto in croce,

e la neve è il suo mantello

ed il gelo il suo pannello

ed è il vento la sua voce.

Ha le mani al petto in croce.

E s’accosta piano piano

alla villa, al casolare,

a guardare, ad ascoltare

or più presso or più lontano.

Piano piano, piano piano.

Che c’è dentro questa villa?

uno stropiccìo leggiero.

Tutto è cheto, tutto è nero.

Un lumino passa e brilla.

Che c’è dentro questa villa?

Guarda e guarda… tre lettini

con tre bimbi a nanna, buoni.

Guarda e guarda… ai capitoni

c’è tre calze lunghe e fini.

Oh! tre calze e tre lettini…

Il lumino brilla e scende,

e ne scricchiolan le scale:

il lumino brilla e sale,

e ne palpitan le tende.

Chi mai sale? chi mai scende?

Co’ suoi doni mamma è scesa,

sale con il suo sorriso.

Il lumino le arde in viso

come lampana di chiesa.

Co’ suoi doni mamma è scesa.

La Befana alla finestra

sente e vede, e s’allontana.

Passa con la tramontana,

passa per la via maestra,

trema ogni uscio, ogni finestra.

E che c’è nel casolare?

un sospiro lungo e fioco.

Qualche lucciola di fuoco

brilla ancor nel focolare.

Ma che c’è nel casolare?

Guarda e guarda… tre strapunti

con tre bimbi a nanna, buoni.

Tra le ceneri e i carboni

c’è tre zoccoli consunti.

Oh! tre scarpe e tre strapunti…

E la mamma veglia e fila

sospirando e singhiozzando,

e rimira a quando a quando

oh! quei tre zoccoli in fila…

Veglia e piange, piange e fila.

La Befana vede e sente;

fugge al monte, ch’è l’aurora.

Quella mamma piange ancora

su quei bimbi senza niente.

La Befana vede e sente.

La Befana sta sul monte.

Ciò che vede è ciò che vide:

c’è chi piange, c’è chi ride:

essa ha nuvoli alla fronte,

mentre sta sul bianco monte.

La poesia di Pascoli offre vivide immagini di due contesti sociali durante l’Epifania, suscitando emozioni uditive e visive. La mancanza di un lieto fine accentua l’angoscia, evidenziando l’impotenza della Befana nel risolvere il divario tra ricchi e poveri nel corso del tempo. Il poeta suggerisce che oggi la visione dell’Epifania potrebbe includere il dramma dei bambini colpiti dalle guerre, rendendo la Befana testimone di un mondo in cui le sue caramelle non possono lenire il dolore.

La poesia esplora l’Epifania con un tono misto di dolcezza e amarezza, evidenziando la dualità della festività. La Befana, inizialmente amichevole, si rivela non completamente benevola, portando anche il carbone come segno di rimprovero. Frasi come “L’Epifania che tutte le feste porta via” creano un’atmosfera ambivalente. Per i bambini, la Befana rappresenta la fine delle vacanze e l’inizio della scuola, con prospettive poco positive.

La figura della Befana è descritta come un’ombra enigmatica e solitaria, difficile da amare, ma col tempo si può imparare ad apprezzare questa vecchia dalle scarpe rotte, che, seppur non attraente, è benevola e porta dolciumi ai bambini nella notte dell’6 gennaio. La poesia inizia con una descrizione suggestiva della Befana in simbiosi con la natura, con la neve come mantello e il vento come voce. L’elemento distintivo è la stanchezza della Befana, umanizzandola e permettendo al poeta di confrontare due realtà sociali diverse.

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La ricorrenza odierna ha sempre spronato gli amanti della poesia a dedicare alla Befana un pensiero, sia esso scritto o verbale, rivolgendo uno sguardo anche al passato vissuto da bambini: ricordi, passioni, regali, avvertita sovente come una pagella sul proprio comportamento. Accanto alla poesia di Pascoli, proponiamo quella scritta, oggi, da Enrico Vignati, poeta e scrittore, redatta in vernacolo. A corredo, presentiamo anche la traduzione offerta dallo stesso autore per evidenziare che i sentimenti legati alla Befana non tramontano mai.

Entrambe le poesie esplorano il tema dell’Epifania e la figura della Befana, ma con stili e registri linguistici diversi, entrambi affascinanti.

La poesia di Pascoli ha uno stile più formale, esplorando la dualità della festività e sottolineando la figura della Befana in un contesto più ampio, arricchendola con elementi simbolici e profondità di significato.

La poesia in vernacolo, di Enrico Vignati, invece, mantiene uno stile più colloquiale e immediato, utilizzando un linguaggio più vicino alla parlata quotidiana e creando un’atmosfera più leggera e spensierata. La struttura è più semplice e diretta, focalizzandosi sulla descrizione delle azioni della Befana e augurando a tutti una buona Epifania in modo più informale.

Entrambe le poesie hanno il loro fascino unico e trasmettono il senso di tradizione e festività legato all’Epifania, ma attraverso approcci diversi che rispecchiano gli stili e le espressioni linguistiche dei rispettivi autori. Ringraziamo Enrico Vignati per questo omaggio.

La Befana
L’è rüváda la Befana cul so’ bél mantél de lana,
süla scua de sagína stráca morta sta’ vegína.
L’ha viagiáde tüta note per impiení ogni scafaròte,
sü e šu per i camén per cuntentà tüti i fiulén.
Quater bombi, o un regalén o el carbòn per i balusén.
E cun le ièn ‘ndai le feste,
da dumán tüti in pe’ prèste.
Pasè una buna Epifania, parènti, amiši
e chi che sia!

Traduzione
È arrivata la Befana, con il suo bel mantello di lana, sulla scopa di saggina stanca morta la vecchina.
Ha viaggiato tutta la notte per riempire ogni calza, su e giù per i camini per accontentare tutti i bambini.
Quattro dolci, o un regalino o il carbone per i birichini.
E con lei sono finite le feste,
da domani tutti alzati presto.
Passate una buona Epifania, parenti, amici e chicchessia! Enrico Vignati, poeta e scrittore in vernacolo