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Borghi agonizzanti e crisi delle comunità: la sfida della “connettanza”

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Restare, tornare e partecipare anche da lontano: una proposta per ripensare i legami nel Savuto-Reventino. Il ruolo della scuola, delle istituzioni, delle famiglie e delle associazioni.

Le riflessioni contenute nel mio volume «Borghi agonizzanti e crisi delle comunità», pubblicato da The Writer nel 2019, invitano a interrogarsi sul rapporto tra trasformazione dei luoghi e trasformazione delle relazioni. Una domanda accompagna questa riflessione: che cosa accade a un paese quando, insieme agli abitanti, diminuiscono le occasioni di incontro, la solidarietà quotidiana e la capacità di immaginare un futuro condiviso? È una domanda che riguarda profondamente il Savuto-Reventino e i territori circostanti. Parlare di borghi agonizzanti significa osservare le condizioni che possono indebolirne la continuità: partenze, invecchiamento, difficoltà occupazionali, servizi poco accessibili, impoverimento degli spazi di socialità. Significa anche domandarsi quali energie possano ancora essere riconosciute, coinvolte e organizzate. Un paese vive attraverso chi lo abita, ma la sua trama umana può estendersi oltre i confini. Comprende chi è partito, chi torna periodicamente, chi conserva affetti e responsabilità, chi desidererebbe contribuire ma non trova interlocutori o occasioni. È dentro questa geografia delle appartenenze che propongo di introdurre una parola: «connettanza».

La propongo come neologismo, come strumento di riflessione da discutere e precisare. Accanto alla restanza, che richiama la scelta e la possibilità di rimanere, e alla ritornanza, intesa come ritorno, la connettanza può descrivere la continuità del legame e della partecipazione di chi vive tra luoghi diversi, attraverso presenze ricorrenti e relazioni digitali. L’andirivieni, la videochiamata, il confronto a distanza e la collaborazione possono diventare modalità attraverso le quali un’appartenenza continua a esprimersi. Ma perché la parola abbia un significato sociale occorre darle un contenuto esigente: connettersi deve poter significare ascoltare, contribuire, assumersi una responsabilità. Guardare sullo schermo la festa del paese può suscitare emozione. Partecipare alla preparazione di un progetto culturale, mettere a disposizione una competenza, accompagnare un giovane in un percorso formativo o contribuire a una decisione pubblica produce un coinvolgimento ulteriore. La connettanza comincia ad acquistare forza comunitaria quando il contatto diventa reciprocità. Può questa forma di relazione aiutare i borghi a uscire dalla crisi? Può concorrervi, a condizioni precise. Sarebbe illusorio attribuire alla rete la capacità di risolvere l’assenza di lavoro, la difficoltà di raggiungere un ospedale o l’insufficienza dei collegamenti. Una comunità ha bisogno di servizi, diritti e possibilità materiali. La connettanza può però aiutare a mobilitare conoscenze, mantenere rapporti, costruire collaborazioni e rendere partecipi persone che la distanza escluderebbe. La sua utilità va dunque verificata nei risultati. Quante relazioni durevoli genera? Quali opportunità apre? Chi riesce a coinvolgere? Quale beneficio produce per chi vive ogni giorno nel territorio? Occorre anche riconoscerne il limite: una presenza digitale può offrire ascolto e compagnia, ma non può svolgere tutti i compiti della vicinanza fisica. Una persona anziana può parlare ogni sera con un familiare lontano e avere comunque bisogno di qualcuno che la accompagni a una visita o si accorga di una difficoltà domestica. Per questo la connettanza dovrebbe rafforzare le reti di prossimità, mettendo in comunicazione chi è lontano con chi può intervenire sul posto. La scuola è uno dei primi luoghi nei quali questa prospettiva può prendere forma. È presidio educativo, spazio di incontro e occasione per imparare a sentirsi parte di una collettività. Collegare una classe del Savuto-Reventino con altre scuole, con un laboratorio scientifico, con professionisti o con persone emigrate può aprire possibilità di conoscenza e confronto.

Connettersi con il mondo vale più di una lezione frontale? Il valore educativo dipende da ciò che gli studenti imparano a comprendere e a fare. Un collegamento può diventare un’esperienza intensa oppure ridursi a un evento seguito passivamente. Una lezione può offrire strumenti indispensabili per capire ciò che si incontra. È il progetto didattico a dare senso a entrambe le esperienze. Preparare domande, verificare informazioni, ascoltare testimonianze e discutere quanto emerso rende gli studenti protagonisti. Una classe potrebbe ricostruire le storie delle partenze dal proprio paese, intervistare a distanza chi vive altrove, raccogliere memorie e confrontare esperienze. Potrebbe poi restituire il lavoro alla comunità, attraverso un incontro pubblico o un archivio accessibile. Il collegamento diventerebbe così ricerca, apprendimento e responsabilità verso il territorio. Anche lo sguardo sul mondo avrebbe una funzione precisa: aiutare i ragazzi a conoscere possibilità diverse e a osservare con maggiore consapevolezza il luogo nel quale vivono. Perché il diritto a partire e la possibilità di restare richiedono entrambi conoscenza, libertà e strumenti. Alle istituzioni spetta creare condizioni che rendano questa partecipazione accessibile e credibile. Servono connessioni affidabili, luoghi pubblici attrezzati e accompagnamento per chi incontra difficoltà nell’uso delle tecnologie. Occorrono soprattutto amministrazioni disponibili ad ascoltare e a dare seguito alle proposte. Aprire un canale di comunicazione senza rispondere può accrescere la sfiducia. I Comuni potrebbero promuovere reti volontarie di persone legate al territorio, individuando disponibilità e competenze attorno a progetti concreti: orientamento per i giovani, attività culturali, sostegno alle iniziative locali, scambi tra scuole. Sarebbe utile lavorare insieme, su scala comprensoriale, perché molte esigenze attraversano i confini amministrativi. Il coinvolgimento di chi vive altrove deve inoltre rispettare il ruolo di chi resta. La conoscenza professionale maturata fuori dal paese può incontrare il sapere quotidiano di chi ne affronta problemi e possibilità. Questo confronto funziona quando nessuno pretende di decidere al posto degli altri e quando obiettivi, responsabilità e risultati sono trasparenti. Le associazioni possono dare continuità a questi legami. Una manifestazione può essere il punto d’incontro di un lavoro sviluppato durante l’anno: letture condivise, laboratori, incontri con i giovani, collaborazioni tra generazioni e territori. La continuità permette di riconoscersi, costruire fiducia e distribuire l’impegno, evitando che tutto dipenda dalla disponibilità di poche persone. Alle famiglie spetta un compito altrettanto delicato: mantenere vivi i rapporti senza trasformare l’appartenenza in obbligo o senso di colpa. Chi parte può continuare a sentirsi parte della vita familiare e comunitaria; chi rimane deve poter esprimere bisogni e aspettative. Le tecnologie possono sostenere questa reciprocità quando lasciano spazio all’ascolto, alla libertà e alla cura.

La comunità che immaginiamo deve infine essere aperta a chi arriva. Limitare la connettanza ai discendenti delle famiglie originarie significherebbe costruire una rete chiusa. Nuovi residenti, insegnanti, lavoratori e persone che scelgono di avvicinarsi al territorio possono contribuire alla sua vita. L’appartenenza cresce anche attraverso ciò che si costruisce insieme.

La Connettanza rappresenta dunque una proposta da mettere alla prova. Potrà essere utile se aiuterà a trasformare distanze in collaborazioni e contatti in opportunità, sostenendo la vita quotidiana dei paesi. Per valutarla dovremo guardare alle persone coinvolte, ai legami che resistono nel tempo e ai progetti che riescono a camminare. Perché un borgo possa uscire dall’agonia, la connessione deve diventare possibilità concreta di vita: per chi resta, per chi torna, per chi partecipa da lontano e per chi arriva. È nella capacità di tenere insieme queste presenze, con diritti e responsabilità condivise, che una comunità può ritrovare fiducia nel proprio futuro.

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