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Fusione dei Comuni, il vicepresidente Egidio Bruno: «Dare un futuro ai territori e ai giovani»

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Quale futuro possono offrire i nostri paesi ai giovani? Su L’Eco della Valle, Egidio Bruno, imprenditore e vicepresidente del Movimento nazionale per le Fusioni dei Piccoli e Medi Comuni d’Italia, affronta una sfida che riguarda tutti: dare più forza ai territori, migliorare i servizi e creare opportunità per restare o tornare. Un’intervista che invita a guardare oltre i confini comunali e a interrogarsi sul futuro delle nostre comunità.

Vicepresidente Bruno, partiamo dall’incontro con Orlandino Greco, consigliere regionale della Calabria. Che clima si è respirato e qual è il messaggio principale emerso dal confronto?

Credo che il valore principale di un confronto come questo sia la possibilità di portare il tema del riordino istituzionale fuori da una discussione esclusivamente teorica e avvicinarlo ai luoghi in cui si assumono le decisioni. Il messaggio che ritengo fondamentale è che il futuro dei piccoli Comuni non possa essere affrontato soltanto attraverso interventi isolati o soluzioni temporanee. Occorre una visione complessiva, capace di interrogarsi sulla sostenibilità dei servizi, sulla capacità amministrativa degli enti e sulle prospettive di sviluppo dei territori. La Calabria, con la sua particolare frammentazione amministrativa e le difficoltà che interessano numerose aree interne, rappresenta un contesto nel quale questo confronto assume un’importanza particolare. Naturalmente, il dialogo istituzionale è un punto di partenza, non un risultato acquisito. La sfida sarà trasformare il confronto in approfondimenti tecnici, proposte verificabili e percorsi che coinvolgano realmente le comunità interessate.

Nel vostro dossier parlate chiaramente di un “cambio di paradigma”: dalla cultura del confine a quella del territorio, dalla cultura dei bilanci a quella dei bisogni.

Da imprenditore oltre che da dirigente del Movimento, cosa significa concretamente? Significa, prima di tutto, cambiare la domanda che ci poniamo. Non dobbiamo chiederci esclusivamente quanti Comuni esistano, quanto costino o quanto si potrebbe risparmiare accorpandoli. Dobbiamo chiederci se l’attuale organizzazione amministrativa sia ancora in grado di rispondere efficacemente alle esigenze dei cittadini. I confini amministrativi non sempre coincidono con la vita reale delle persone. Pensiamo a chi vive in un piccolo Comune ma lavora in quello vicino, accompagna i figli a scuola in un altro centro o deve spostarsi per accedere a servizi sanitari e opportunità formative. Nella quotidianità, quei territori sono già profondamente collegati. Eppure, dal punto di vista amministrativo, continuano spesso a essere gestiti come realtà separate. Da imprenditore conosco l’importanza dell’organizzazione, della programmazione e dell’impiego efficiente delle risorse. Ma so anche che l’efficienza non può essere misurata soltanto attraverso il contenimento dei costi. Un’organizzazione funziona quando riesce a raggiungere i propri obiettivi e a rispondere ai bisogni delle persone a cui si rivolge. Lo stesso principio dovrebbe valere per le istituzioni. Un Comune non è un’azienda che deve semplicemente chiudere il bilancio in equilibrio. È un’istituzione che deve garantire servizi, diritti e opportunità. Questo non significa trascurare la sostenibilità economica, che resta imprescindibile. Significa considerarla uno strumento per produrre valore pubblico, non l’unico criterio con cui giudicare una riforma. Ecco perché il nostro dossier non propone fusioni indiscriminate, ma analisi territoriali, studi di fattibilità e valutazioni delle diverse soluzioni amministrative. L’obiettivo non è cancellare le identità dei nostri paesi. È capire se, attraverso istituzioni più solide e organizzate, possiamo tutelarle meglio e garantire un futuro alle comunità che le esprimono.

Come vedete il ruolo del mondo economico, dell’imprenditoria locale e delle comunità in questo percorso di riordino?

Lo considero fondamentale, perché una riforma istituzionale non può essere costruita esclusivamente all’interno degli uffici amministrativi. Le imprese, i professionisti, le associazioni e i cittadini conoscono direttamente le difficoltà e le potenzialità dei territori. Chi fa impresa in un’area interna sa quanto possano incidere la qualità delle infrastrutture, i collegamenti, i tempi burocratici e la disponibilità di servizi sulla possibilità di investire, assumere personale e sviluppare nuove attività. Un’organizzazione amministrativa più efficace potrebbe contribuire a migliorare questi aspetti, soprattutto laddove i singoli Comuni incontrano difficoltà nel reperire competenze tecniche, programmare investimenti o partecipare a opportunità di finanziamento. Ma c’è un elemento che considero altrettanto importante: il coinvolgimento delle comunità. Non possiamo immaginare di rafforzare un territorio attraverso una riforma che i suoi cittadini non conoscono, non comprendono o non hanno avuto la possibilità di discutere. Per questo servono informazione, ascolto e partecipazione. Il mondo economico può contribuire a individuare bisogni e opportunità di sviluppo. Le associazioni possono rappresentare esigenze sociali e culturali. I cittadini devono poter conoscere vantaggi, criticità e conseguenze delle diverse ipotesi. La fusione, dove risulti effettivamente vantaggiosa, deve nascere da un percorso consapevole e accompagnarsi a garanzie concrete per la rappresentanza e l’identità delle comunità originarie.

Quali saranno i prossimi passi operativi del Movimento dopo questo vertice?

Ritengo che il lavoro debba svilupparsi lungo due direttrici complementari: quella istituzionale e quella territoriale. Sul piano istituzionale, sarà importante proseguire il confronto con la Regione Calabria e con gli altri interlocutori competenti, affinché le proposte contenute nel nostro dossier possano diventare oggetto di un approfondimento tecnico e normativo. Sul piano territoriale, occorrerà favorire occasioni di confronto con amministratori locali, cittadini, associazioni e rappresentanti del mondo economico. Il dossier indica un metodo preciso: individuare territori caratterizzati da relazioni funzionali già consolidate, analizzarne le criticità e confrontare le possibili soluzioni, dalla cooperazione tra enti fino all’eventuale fusione. Non si tratta di stabilire a priori quali Comuni debbano fondersi, ma di costruire le condizioni affinché ogni scelta sia fondata su dati, studi indipendenti e partecipazione. Personalmente, vorrei contribuire anche a rafforzare il coinvolgimento delle nuove generazioni in questo percorso, creando occasioni nelle quali i giovani possano conoscere il tema, confrontarsi e formulare proposte. La credibilità del Movimento si misurerà sulla capacità di trasformare un progetto di riforma in un percorso concreto, trasparente e comprensibile per le comunità.

È corretto dire che la realizzazione di questa nuova infrastruttura istituzionale da privilegiare per le zone omogenee si rivolge innanzitutto ai giovani?

Direi che si rivolge all’intera comunità, ma che sono soprattutto i giovani a rappresentare la misura del suo successo nel lungo periodo. Lo dico anche alla luce della mia esperienza come Presidente della Consulta Giovanile Roglianese. Quando parliamo del futuro dei piccoli Comuni e delle aree interne, non possiamo ignorare una delle questioni più importanti: la difficoltà, per tanti ragazzi, di immaginare il proprio futuro nei luoghi in cui sono cresciuti. Troppo spesso i giovani devono spostarsi o trasferirsi altrove non necessariamente perché desiderino abbandonare il proprio territorio, ma perché non trovano condizioni adeguate per studiare, lavorare o costruire un progetto di vita. E allora dobbiamo chiederci quale responsabilità abbiano le istituzioni nel creare queste condizioni. Una struttura amministrativa più solida, se adeguatamente progettata, potrebbe favorire una migliore organizzazione dei servizi, una maggiore capacità di investimento e una programmazione territoriale più efficace. Ma non dobbiamo confondere lo strumento con il risultato: la fusione, da sola, non crea automaticamente posti di lavoro, non arresta lo spopolamento e non risolve ogni difficoltà. Può però rappresentare, nei contesti appropriati, una delle condizioni attraverso cui costruire politiche territoriali più incisive. E c’è un altro aspetto che mi sta particolarmente a cuore. I giovani non devono essere soltanto i beneficiari delle decisioni che riguardano il futuro dei territori. Devono avere la possibilità di partecipare alla loro costruzione. Credo che questa sia una responsabilità importante anche per il nostro Movimento: aprire il confronto alle nuove generazioni, ascoltarne le esigenze e riconoscere loro un ruolo attivo. Perché, in definitiva, il successo di una riforma non si misurerà soltanto dal numero di enti accorpati o dai risparmi eventualmente ottenuti. Si misurerà anche dalla capacità di restituire a un giovane la libertà di scegliere se restare, tornare o costruire il proprio futuro nel territorio in cui è nato.