Servizi, mobilità, partecipazione e identità locali: il componente del Direttivo nazionale del Movimento illustra le ragioni di un percorso condiviso verso le fusioni comunali.
Un’esperienza maturata nella politica, nel sindacato e nel settore ferroviario e dei trasporti accompagna l’impegno di Nello Perri, componente del Direttivo nazionale del Movimento Nazionale per la Fusione dei Piccoli e Medi Comuni d’Italia. Già impegnato nell’amministrazione del Comune di Rogliano, Perri propone una riflessione sulle prospettive del Savuto e dell’area di Piano Lago, partendo dai bisogni quotidiani delle comunità: collegamenti, servizi, lavoro e opportunità per i giovani. Nell’intervista spiega perché il confronto sulle fusioni debba fondarsi sulla conoscenza dei territori e sulla partecipazione dei cittadini.
Nello, la tua esperienza nella politica, nel sindacato e nel trasporto pubblico ti ha consentito di conoscere da vicino le esigenze delle comunità. Da questa esperienza, quali ragioni ti hanno portato ad aderire al Movimento Nazionale per la Fusione dei Piccoli e Medi Comuni d’Italia e quali bisogni ritieni debbano guidarne l’azione?
La mia adesione al Movimento non nasce da una teoria, ma da un’esperienza concreta maturata sul territorio nel corso di molti anni.
Alla fine degli anni Novanta ho avuto l’onore di amministrare il Comune di Rogliano e già allora, insieme all’intera amministrazione comunale, lavorammo per costruire una visione condivisa di sviluppo territoriale fondata sull’integrazione dei servizi e della mobilità. In quel periodo sostenemmo un ambizioso progetto di sistema metropolitano elaborato anche con il contributo tecnico di ingegneri di ITALFER del gruppo Ferrovie dello Stato, che prevedeva il collegamento diretto tra Rogliano, l’Università della Calabria e l’area urbana cosentina, integrando la rete ferroviaria esistente con servizi di adduzione su gomma dai centri non serviti dal ferro. Successivamente, sia come componente della segreteria provinciale di un’organizzazione sindacale sia come presidente di una commissione speciale per la conurbazione e i trasporti, ho continuato a sostenere l’idea che il futuro dei nostri territori dipendesse dalla capacità di ragionare come un sistema e non come una somma di singoli confini amministrativi. È proprio questa convinzione che mi ha portato ad aderire al Movimento. Credo che oggi il bisogno principale sia rafforzare la capacità amministrativa dei territori per garantire servizi migliori, opportunità di sviluppo, infrastrutture adeguate e prospettive concrete per i giovani. Le fusioni non sono un fine, ma possono essere uno degli strumenti per raggiungere questi obiettivi.

Il Dossier presentato a Rogliano, presso la Tenuta Bocchineri di Carmelo Altomare, propone di concepire la fusione come una «infrastruttura istituzionale». Quale significato concreto attribuisci a questa espressione e che cosa dovrebbe cambiare nella vita dei cittadini perché la fusione produca benefici duraturi, oltre agli incentivi economici iniziali?
Quando sento parlare di “infrastruttura istituzionale” penso immediatamente a ciò che ho imparato lavorando per tutta la vita nel settore ferroviario e dei trasporti. Un’infrastruttura non è soltanto un’opera materiale, ma uno strumento che consente alle persone, alle imprese e ai territori di funzionare meglio. Per questo considero la fusione, quando ha senso e quando nasce da una reale omogeneità territoriale, come un’infrastruttura amministrativa. Non serve a cancellare le identità dei Comuni, ma a mettere insieme risorse, competenze, personale, capacità progettuale e strumenti di programmazione per affrontare sfide che oggi i singoli enti faticano a sostenere da soli. Questa convinzione non nasce oggi. L’esperienza amministrativa mi ha consentito di lavorare al progetto di mobilità integrata che guardava all’intero comprensorio e non ai singoli confini comunali. L’idea era che lo sviluppo arrivasse dalla capacità di costruire reti e collegamenti tra territori. Per i cittadini il successo di una fusione non dovrebbe misurarsi sugli incentivi dei primi anni, ma sulla qualità dei risultati ottenuti nel tempo: servizi più efficienti, maggiore capacità di attrarre investimenti, una macchina amministrativa più forte, migliori collegamenti, più opportunità di lavoro e più attenzione alle esigenze delle comunità locali. Se dopo dieci anni un territorio è più competitivo, più organizzato e più attrattivo di prima, allora quella fusione ha realmente svolto la funzione di infrastruttura istituzionale.
Piano Lago è da tempo al centro del confronto su una possibile fusione tra i Comuni che gravitano nell’area. Da attento osservatore del territorio, quali relazioni nei servizi, nel lavoro, nella mobilità e nella vita quotidiana ne fanno un comprensorio omogeneo e quali divisioni amministrative ne ostacolano oggi lo sviluppo?
Piano Lago rappresenta, a mio avviso, uno degli esempi più evidenti di territorio funzionalmente integrato della provincia di Cosenza. Le persone si spostano quotidianamente tra i diversi Comuni per lavoro, studio, servizi, commercio e attività produttive. Le imprese operano in un mercato territoriale che supera da tempo i confini amministrativi e molti cittadini vivono già quest’area come un unico sistema economico e sociale. Questa consapevolezza, come ho già detto, non nasce oggi ma ripercorre l’idea degli anni Novanta quando, insieme all’intera amministrazione, cercammo di costruire una visione comune dello sviluppo del territorio attraverso il tema della mobilità. Sostenemmo il progetto della Metropolitana Leggera di Superficie capace di collegare direttamente Rogliano all’Università della Calabria, utilizzando e integrando le infrastrutture ferroviarie esistenti, con uno snodo strategico nell’area di Cosenza-Vagliolise e servizi di adduzione tramite autobus dai paesi non serviti dalla rete ferroviaria. Quell’esperienza mi ha insegnato che lo sviluppo nasce quando i territori riescono a ragionare insieme. Purtroppo una visione territoriale condivisa non sempre ha trovato il necessario sostegno istituzionale. Ancora oggi molte scelte vengono affrontate all’interno di confini amministrativi che non corrispondono più alla realtà economica e sociale dell’area.
La discussione sulla fusione nasce proprio da qui: dalla necessità di capire se un territorio che vive, lavora, studia e si muove già come una realtà integrata possa essere governato in maniera più efficace attraverso strumenti amministrativi adeguati alle sfide del presente.

La tua esperienza nel trasporto pubblico offre un punto di osservazione particolarmente utile. Quanto contano gli spostamenti quotidiani verso scuole, luoghi di lavoro, presìdi sanitari e servizi per individuare un territorio realmente integrato, e quali miglioramenti potrebbe favorire una programmazione comunale unitaria?
Da ferroviere e da operatore del settore dei trasporti ho imparato una lezione semplice: il territorio reale è quello che percorrono ogni giorno le persone. Ho iniziato la mia attività professionale nella Scuola del Genio Ferrovieri e successivamente ho lavorato nelle Ferrovie dello Stato e nelle Ferrovie della Calabria, ricoprendo nel tempo anche funzioni di responsabilità. Questo mi ha permesso di osservare come si costruiscono e si consolidano nel tempo le relazioni territoriali. Gli spostamenti verso scuole, luoghi di lavoro, strutture sanitarie e uffici pubblici rappresentano probabilmente l’indicatore più oggettivo dell’integrazione di un territorio. Quando migliaia di cittadini condividono quotidianamente gli stessi percorsi, significa che esiste già una comunità funzionale che va oltre i confini amministrativi. Una programmazione comunale unitaria potrebbe migliorare il coordinamento dei servizi pubblici, la pianificazione della mobilità, l’accesso alle aree produttive, la gestione delle infrastrutture e la capacità di attrarre investimenti. In sostanza consentirebbe di amministrare in modo più coerente un territorio che, nella vita quotidiana dei cittadini, è spesso già integrato.
Nel tuo intervento hai richiamato la necessità di confrontare la bozza del Movimento con la legge regionale n. 15/2006. Quali aspetti della disciplina vigente ritieni necessario aggiornare e come vorresti che il nuovo testo tenesse insieme contiguità territoriale, omogeneità funzionale e partecipazione delle popolazioni?
La legge regionale del 2006 fu un importante passo avanti perché promosse la cooperazione tra Comuni e l’esercizio associato di funzioni e servizi. Tuttavia, dopo quasi vent’anni, la Calabria è cambiata profondamente. Oggi non basta più ragionare solo sulla vicinanza geografica o sul numero degli abitanti. Occorre comprendere come si muovono realmente le persone, dove lavorano, dove studiano, quali servizi utilizzano e quali relazioni economiche legano tra loro i territori. Da questo punto di vista la mia esperienza nel settore dei trasporti mi porta a considerare la mobilità uno degli indicatori più importanti. Quando migliaia di cittadini si spostano quotidianamente lungo le stesse direttrici per raggiungere scuole, ospedali, aree produttive e servizi, significa che esiste già una comunità funzionale che merita di essere studiata e valutata.
Per questo credo che il nuovo testo debba aggiornare la normativa vigente introducendo strumenti di analisi più moderni, basati su dati oggettivi, flussi di mobilità, utilizzo dei servizi e integrazione economica dei territori. Allo stesso tempo, però, nessuna decisione può essere imposta dall’alto. La contiguità territoriale deve essere accompagnata dall’omogeneità funzionale e soprattutto dalla partecipazione delle popolazioni interessate. Servono studi indipendenti, informazione trasparente, confronto pubblico e referendum. Le comunità devono essere messe nelle condizioni di conoscere, comprendere e valutare.In definitiva, il principio che condivido è molto semplice: prima si verificano i fatti e i dati, poi si ascoltano i cittadini e infine la politica assume le proprie responsabilità. Solo così una eventuale fusione può trasformarsi in una scelta condivisa e credibile per il futuro del territorio.
Le fusioni suscitano aspettative, ma anche timori legati all’identità dei paesi, alla rappresentanza e alla distanza dei servizi. Quali garanzie concrete dovrebbe contenere la Carta dei servizi e quale percorso di informazione e ascolto proporresti perché i cittadini possano valutare consapevolmente il progetto e contribuire a costruirlo?
Le preoccupazioni dei cittadini sono legittime e meritano rispetto. Quando si parla di fusione, non si sta discutendo soltanto di organizzazione amministrativa, ma anche di storia, identità, appartenenza e legami costruiti nel tempo all’interno delle comunità. Per questo ritengo che la Carta delle garanzie debba contenere impegni precisi e verificabili: il mantenimento di adeguati punti di accesso ai servizi pubblici, la tutela delle identità storiche e culturali delle comunità originarie, la salvaguardia dei patrimoni documentali e delle tradizioni locali, strumenti di partecipazione permanente e forme di rappresentanza che consentano ai territori di continuare a essere ascoltati e coinvolti nelle decisioni.
Allo stesso tempo credo che sia fondamentale un percorso di informazione serio e trasparente. I cittadini devono poter conoscere dati, costi, benefici, alternative e conseguenze delle scelte proposte. Servono assemblee pubbliche, confronti aperti, documentazione accessibile e la possibilità per tutti di formulare osservazioni e proposte prima di arrivare al referendum.
La proposta di legge guarda al futuro e ai giovani che desiderano restare o tornare nel Savuto: come può aiutarli a costruire opportunità, custodire il territorio e migliorare la vita delle proprie comunità?
Penso soprattutto ai giovani. Appartengo a una generazione che ha visto tanti ragazzi, tra i quali i miei figli, lasciare questi territori in cerca di opportunità. Oggi il nostro compito è creare le condizioni affinché restare o tornare sia una scelta possibile. Questo significa servizi efficienti, collegamenti migliori, capacità di attrarre investimenti, innovazione, sviluppo sostenibile e un’amministrazione più forte e capace di programmare il futuro.La proposta del Movimento non nasce per cancellare le identità locali, ma per dare ai territori strumenti adeguati ad affrontare le sfide dei prossimi decenni. Se riusciremo a costruire comunità più forti, meglio collegate e capaci di lavorare insieme, allora potremo offrire ai giovani del Savuto non solo la speranza, ma una reale prospettiva di futuro nelle proprie terre.
Un sincero ringraziamento a Nello Perri per la disponibilità e per il contributo offerto al confronto sul futuro dei piccoli e medi Comuni e delle comunità del Savuto. Le sue riflessioni arricchiscono un dialogo che riguarda da vicino i cittadini, i servizi e le prospettive delle nuove generazioni. A Nello rivolgiamo un grande in bocca al lupo per il suo impegno e per il lavoro che continuerà a svolgere a favore del territorio e delle sue comunità. (FG) Francescogarofalo@unicz.it