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Fusioni dei Comuni, Santino Pascuzzi: “Partire dai bisogni delle persone per costruire il futuro dei territori”

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Il direttore responsabile di ilReventino e dirigente del Movimento nazionale per la Fusione dei Piccoli e Medi Comuni d’Italia, interviene sulla proposta per le zone omogenee: cambio di paradigma, studi indipendenti, partecipazione e servizi di prossimità. Dalla collaborazione culturale tra Savuto e Reventino a un nuovo modo di pensare l’organizzazione dei Comuni.

Raccontare un territorio significa custodirne la memoria, seguirne la vita quotidiana e interrogarsi sulle prospettive che può offrire alle nuove generazioni. Significa dare spazio alle bellezze dei luoghi, alla cultura e soprattutto alle buone idee: quelle capaci di diventare progetti e contribuire al benessere individuale e collettivo. È su questo terreno che si sviluppa la presenza quotidiana di ilReventino, la testata diretta da Santino Pascuzzi, impegnata a raccontare le comunità e a promuovere occasioni di incontro, riflessione e crescita.
Da questa sensibilità nasce anche l’adesione al Movimento Nazionale per la Fusione dei Piccoli e Medi Comuni d’Italia, del quale Pascuzzi è dirigente. Al Movimento aderiscono le testate Radio Hit, Savuto Web, Radio Flash, L’Eco della Valle e ilReventino: realtà che, insieme a professionisti, esponenti della società civile e cittadini legati ai propri paesi, alimentano un confronto sul futuro dei territori. La collaborazione tra queste esperienze informative trova espressione anche nella Biennale “Luce del Sud” e nel Premio Letterario Biennale Internazionale “L’Eco dei Comuni e delle Comunità”. Percorsi che mettono in relazione il Savuto e il Reventino, aprendoli a una dimensione più ampia, nella convinzione che la cultura possa superare chiusure campanilistiche, steccati ideologici e rivalità territoriali.
In questo orizzonte si colloca la conferenza stampa del Movimento, svoltasi il 13 ottobre alla Tenuta Bocchineri di Rogliano, che ha portato al centro dell’attenzione il Dossier sulle fusioni, la Carta delle garanzie dei servizi e della prossimità e lo schema di proposta di legge regionale dedicato alle zone omogenee. Il filo conduttore è un cambio di paradigma: partire dai bisogni delle persone, dalle relazioni quotidiane tra i paesi e dalla qualità dei servizi per valutare quale organizzazione istituzionale possa rispondere meglio alle esigenze delle comunità.
Ne parliamo con Santino Pascuzzi.
Allora, Santino, partiamo dalla conferenza stampa di Rogliano. Quale messaggio avete voluto consegnare alle comunità e alle istituzioni?
Abbiamo voluto richiamare l’attenzione sulla capacità dei nostri territori di affrontare il futuro. I piccoli Comuni custodiscono risorse umane, culturali e ambientali importanti, ma spesso amministrano con personale insufficiente, competenze difficili da reperire e risorse limitate. Il Movimento propone di affrontare questi problemi attraverso un percorso documentato: analizzare le condizioni dei territori, confrontare le soluzioni e definire garanzie concrete. Dossier, Carta delle garanzie e schema di legge collegano questi passaggi. La fusione è una possibilità da valutare con serietà, rendendone comprensibili opportunità, costi e rischi.

Il Dossier propone un “cambio di paradigma”. Che cosa significa, concretamente, partire dai bisogni delle persone?
Significa porre al centro del ragionamento la vita quotidiana. Pensiamo all’anziano che deve raggiungere uno sportello, alla famiglia che cerca servizi accessibili, al giovane che si sposta per studiare o lavorare, all’impresa che attende una risposta dagli uffici.
Queste esigenze attraversano spesso più Comuni. Occorre quindi chiedersi quale organizzazione possa soddisfarle meglio, considerando il territorio nel quale le persone effettivamente vivono, lavorano e costruiscono relazioni.
Anche i risultati devono essere misurati su questo terreno: quanto tempo serve per ottenere una risposta? Quanto è accessibile un servizio per chi abita nel borgo più distante? Quali opportunità si aprono per i giovani? Il benessere delle comunità diventa così il criterio con cui valutare le scelte istituzionali. È questo il significato del passaggio dalla “cultura del confine” alla “cultura del territorio”?
Sì. Il confine amministrativo individua responsabilità e competenze, ma non esaurisce la vita di una comunità. Le persone frequentano scuole, luoghi di lavoro, attività commerciali e servizi distribuiti in paesi diversi. La cultura del territorio invita a riconoscere queste relazioni e a costruire risposte coerenti. Richiede di guardare insieme ai problemi e alle possibilità di sviluppo, mantenendo attenzione alle caratteristiche di ciascun centro. È un cambiamento di prospettiva che deve tradursi in scelte verificabili.
Tu dirigi una testata che racconta ogni giorno questi luoghi. Come nasce l’adesione al Movimento?
Nasce dall’ascolto delle comunità. Il lavoro giornalistico permette di incontrare energie straordinarie e, nello stesso tempo, di osservare difficoltà ricorrenti: uffici in affanno, progetti che faticano a partire, servizi poco accessibili.
L’adesione esprime la volontà di contribuire alla ricerca di soluzioni. Rimane essenziale la responsabilità dell’informazione: verificare i dati, distinguere le aspettative dai risultati dimostrati e dare spazio alle obiezioni. Un progetto credibile deve saper rispondere anche alle domande più scomode.
Al Movimento aderiscono Radio Hit, Savuto Web, Radio Flash, L’Eco della Valle e ilReventino. Quale valore assume questa presenza dell’informazione locale?
Queste testate conoscono i luoghi e mantengono un rapporto quotidiano con chi li abita. Possono contribuire a rendere comprensibile un tema complesso, favorendo il confronto tra cittadini, amministratori e competenze diverse.
La collaborazione permette inoltre di mettere in comunicazione comunità che condividono problemi e prospettive. L’adesione a un percorso non deve ridurre il pluralismo: il contributo più utile consiste nell’informare con chiarezza, ospitare posizioni differenti e verificare gli impegni assunti.
Questa collaborazione si esprime anche nella Biennale “Luce del Sud” e nel Premio Letterario Biennale Internazionale “L’Eco dei Comuni e delle Comunità”. Quale legame vedi tra cultura e rinnovamento istituzionale?
La cultura crea occasioni di conoscenza e fiducia. Queste iniziative mostrano quanto possa essere fecondo mettere in relazione persone, esperienze e luoghi diversi, superando l’idea che ogni paese debba procedere da solo.
Le scelte istituzionali richiedono studi e verifiche specifiche, ma hanno bisogno anche di questa disponibilità all’incontro. Una comunità abituata a collaborare può affrontare con maggiore consapevolezza una discussione sul proprio futuro.

Superare gli egoismi territoriali può essere percepito come una critica all’amore per il proprio paese. Come affrontare questa sensibilità?
L’appartenenza è una risorsa. La memoria, le tradizioni e il patrimonio di ogni paese meritano tutela. La difficoltà nasce quando l’attaccamento al luogo impedisce persino di valutare una soluzione condivisa. Bisogna però ascoltare chi teme di perdere servizi, rappresentanza o attenzione. Sono preoccupazioni che richiedono risposte concrete. La fiducia cresce quando si chiarisce come funzioneranno gli uffici, quali presìdi resteranno accessibili e come ciascuna comunità potrà partecipare alle decisioni.
Veniamo alla proposta: che cosa si intende per “zona omogenea”? Basta che alcuni Comuni siano confinanti?
La contiguità è uno dei requisiti, ma da sola non dimostra che una fusione sia opportuna. La proposta guarda agli spostamenti per lavoro e studio, ai servizi utilizzati, alle relazioni economiche e sociali, alle infrastrutture e ai tempi reali di percorrenza.
I Comuni possono avere caratteristiche differenti e complementari. L’obiettivo è capire se le loro relazioni rendano plausibile un governo comunale unitario. Il perimetro deve emergere da un’analisi documentata e dal confronto con le comunità.
Nel testo la fusione viene definita una “infrastruttura istituzionale”. Come possiamo spiegare questa espressione?
Un territorio ha bisogno di un’organizzazione pubblica capace di progettare, amministrare e garantire continuità. Servono competenze tecniche, personale, risorse e responsabilità chiare. La fusione può riunire questi elementi in un solo ente e rendere più solida la programmazione. Il miglioramento, però, dipende da come viene costruita la nuova organizzazione. Una dimensione maggiore non produce automaticamente servizi migliori: occorre dimostrarne la sostenibilità.
Come si verifica se una fusione convenga davvero?
Lo schema prevede uno studio indipendente di fattibilità che confronti l’assetto attuale, la fusione e forme stabili di cooperazione, con una prospettiva almeno decennale. Lo studio deve esaminare personale, bilanci, debiti, patrimonio, tributi, contratti, sistemi informatici e continuità dei servizi. Deve valutare gli effetti su ciascuna comunità e distinguere i benefici attesi dai rischi.
L’esito non può essere deciso prima dell’analisi.
Nei borghi interni, segnati da strade difficili e trasporti insufficienti, la preoccupazione è immediata: per una pratica comunale dovremo percorrere più chilometri?
È una delle questioni centrali. Le distanze vanno misurate in tempi reali e considerando le condizioni delle persone, soprattutto anziane o con difficoltà di mobilità.
La Carta locale delle garanzie prevista dallo schema deve indicare punti di accesso nei centri originari, orari e personale adeguati, assistenza in presenza accanto ai canali digitali e misure per le persone fragili. Questi impegni devono avere responsabili, tempi e coperture. La prossimità deve essere parte del progetto fin dall’inizio.
La fusione potrebbe risolvere anche le carenze di sanità, scuola e trasporti?
Può rafforzare la capacità del territorio di programmare e confrontarsi con gli enti responsabili, ma non trasferisce automaticamente al Comune competenze che appartengono ad altri soggetti.
Su questi servizi occorrono accordi e decisioni delle istituzioni competenti. Un’amministrazione più solida può contribuire a elaborare proposte e sostenerle con continuità. È importante mantenere chiarezza su ciò che il nuovo Comune potrà decidere direttamente e su ciò che richiederà una collaborazione istituzionale.
Come evitare che i centri più piccoli diventino periferie del nuovo Comune?
L’equilibrio territoriale deve essere progettato. Lo schema contempla municipi o altri organismi territoriali, nel rispetto delle norme e dell’autonomia statutaria, insieme a forme di partecipazione delle comunità originarie.
Servono dati pubblici sulla distribuzione degli investimenti e sull’accessibilità dei servizi. La tutela riguarda anche toponimi, tradizioni, archivi e patrimonio culturale. Il nuovo assetto deve dimostrare attenzione ai diversi centri attraverso decisioni e risultati verificabili.
Quale spazio viene riservato ai cittadini prima della decisione?
La proposta prevede almeno novanta giorni di informazione dalla pubblicazione dello studio completo e della Carta locale delle garanzie, con incontri in ciascun Comune.
Devono essere conoscibili il perimetro, la denominazione proposta, l’organizzazione dei servizi e il piano di transizione. La comunicazione istituzionale deve assicurare imparzialità e spazio alle ragioni favorevoli e contrarie. I documenti devono essere accessibili, accompagnati da sintesi comprensibili e da risposte motivate alle osservazioni.
Il referendum è un passaggio delicato. Quale funzione gli attribuisce lo schema?
Lo schema prevede che la consultazione si svolga prima dell’approvazione della legge istitutiva e la configura come obbligatoria nello svolgimento e consultiva negli effetti. Richiede inoltre la pubblicazione dei risultati e della partecipazione per ciascun Comune e per l’intero ambito.
Il testo affida al Consiglio regionale la valutazione complessiva. Qualora si proponga di procedere in presenza di esiti contrari, prevede una motivazione rafforzata e specifiche audizioni. È un aspetto che richiede particolare attenzione nel confronto istituzionale: le ragioni del dissenso devono essere esaminate pubblicamente, insieme alle alternative e alle garanzie offerte.
Gli incentivi economici possono essere la ragione principale di una fusione?
Possono sostenere la transizione, ma la nuova organizzazione deve reggersi anche dopo la loro cessazione. Per questo lo studio deve distinguere entrate stabili, contributi temporanei, costi iniziali e spese permanenti.
Lo schema non assegna automaticamente risorse: gli interventi onerosi richiedono autorizzazioni e coperture. La sostenibilità deve essere dimostrata senza fondarsi su finanziamenti ancora da quantificare.
Una volta realizzata la fusione, come si controllerebbe il rispetto delle promesse?
La proposta prevede un rapporto annuale sull’attuazione della Carta e del piano di transizione, oltre a valutazioni indipendenti al terzo e al quinto anno, affidate a soggetti diversi dagli autori dello studio iniziale.
Occorre verificare servizi, tempi di accesso, investimenti, personale, finanze e partecipazione. Se emergono scostamenti significativi, devono essere rese pubbliche le misure correttive. La responsabilità verso i cittadini continua dopo l’istituzione del nuovo ente.
Qual è oggi lo stato della proposta e che cosa chiedete al Consiglio regionale della Calabria?
Il documento è uno schema elaborato dal Movimento per il confronto istituzionale. La sua trasmissione non equivale al deposito formale da parte di un soggetto titolare dell’iniziativa legislativa.
Chiediamo un esame nelle sedi competenti, il coinvolgimento delle autonomie locali e delle comunità e le necessarie verifiche legislative e finanziarie. È una proposta aperta al miglioramento, che sollecita un’assunzione di responsabilità da parte di tutte le forze politiche.

Nel Movimento partecipano professionisti e cittadini con esperienze e sensibilotà diverse. Quanto conta questa pluralità?
Conta molto, perché la conoscenza tecnica deve incontrare l’esperienza quotidiana dei luoghi. Chi studia un bilancio o un modello organizzativo offre un contributo necessario; altrettanto preziosa è la voce di chi utilizza i servizi e ne conosce le difficoltà.
Un progetto territoriale acquista forza quando queste conoscenze dialogano. Partire dai bisogni significa anche mettere le persone nelle condizioni di contribuire alla definizione delle soluzioni.
Per concludere, Santino: quale futuro vorresti contribuire a costruire?
Un futuro nel quale i nostri paesi offrano ragioni concrete per restare, tornare o scegliere di viverci. Per avvicinarci a questo obiettivo dobbiamo valorizzare le nostre identità e verificare con coraggio le possibilità di cambiamento. La cultura costruisce relazioni; l’informazione favorisce consapevolezza; le istituzioni devono trasformare le energie dei territori in servizi e opportunità. Le fusioni vanno valutate per il contributo che possono dare a questo percorso. Il punto di partenza e il criterio finale restano le persone, la loro dignità e il futuro delle comunità.