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Prima delle parole: il corpo, lo sguardo e la responsabilità di comunicare di Francesco Garofalo*

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L’essere umano costruisce la propria vita attraverso le relazioni. Comunicare gli permette di esprimere bisogni, condividere esperienze, trasmettere conoscenze e riconoscersi negli altri. È in questo incontro continuo fra individuo e comunità che prendono forma il pensiero, l’appartenenza e la coscienza di sé. Ma la comunicazione non comincia con la parola. Prima ancora di imparare a parlare, il bambino entra in relazione attraverso il pianto, il sorriso, lo sguardo, i movimenti e la ricerca del contatto. Il corpo esprime bisogni e sollecita risposte: essere accolti, rassicurati, nutriti, riconosciuti. Definire questi linguaggi semplicemente “genetici”, tuttavia, sarebbe riduttivo. Nella comunicazione non verbale si intrecciano predisposizioni biologiche, esperienze personali e apprendimenti culturali. Se alcune manifestazioni emergono precocemente, molti gesti e modi di comportarsi acquistano significato nel contesto sociale in cui cresciamo. Lo stesso gesto può essere familiare in una comunità e risultare ambiguo in un’altra. Il nostro repertorio comunicativo comprende le espressioni del volto, la postura, i movimenti delle mani, la direzione dello sguardo, la distanza che manteniamo dall’interlocutore e il contatto fisico. Anche l’abbigliamento e gli oggetti con cui ci presentiamo possono trasmettere informazioni, intenzionali o involontarie. A questi elementi si aggiunge la dimensione paraverbale: tono, volume, ritmo della voce, pause e sospiri. Persino il silenzio può assumere significati diversi, dall’ascolto al disagio, dalla riflessione al rifiuto. La parola ha ampliato straordinariamente questo patrimonio. Ha consentito di raccontare ciò che è assente, ricordare il passato, immaginare il futuro, formulare concetti e discutere regole comuni. Attraverso il linguaggio possiamo confrontare interpretazioni, spiegare ragioni, mettere in dubbio convinzioni e trasmettere conoscenze oltre la singola esperienza. L’apprendimento linguistico, però, non si esaurisce nell’imitazione. Il bambino ascolta, sperimenta, interagisce e costruisce progressivamente significati nelle relazioni quotidiane. Le parole si accompagnano ai gesti e all’attenzione condivisa: un oggetto indicato, un nome pronunciato, una risposta ricevuta. Il linguaggio prende vita dentro uno scambio. In questo percorso si forma anche l’identità. Nei primi anni riceviamo un nome, una lingua, modi di interpretare il mondo, aspettative e modelli di comportamento. È quel “dono sociale” che ciascuno comincia a indossare prima di esserne pienamente consapevole: un abito tessuto dalle relazioni familiari e comunitarie, capace di offrire protezione e appartenenza, ma anche di imporre limiti. L’identità, tuttavia, continua a trasformarsi. Le esperienze successive, l’educazione, gli incontri e le scelte personali permettono di rielaborare ciò che abbiamo ricevuto. Crescere significa anche imparare a riconoscere quell’abito, modificarlo e scegliere come portarlo.

L’affermazione della parola ha dunque relegato il corpo a una funzione secondaria? La ragione ha preso il sopravvento sui linguaggi non verbali?

Una simile contrapposizione rischia di impoverire la comprensione dell’essere umano. Anche il gesto partecipa al pensiero: può accompagnare una spiegazione, rendere visibile una relazione, aiutare a esprimere un concetto. Parole e corpo cooperano nella costruzione del significato. Occorre inoltre chiarire un dato frequentemente ripetuto. Si sostiene talvolta che la comunicazione non verbale rappresenti oltre il 70%, o addirittura il 93%, della comunicazione umana, lasciando alle parole un ruolo marginale. Queste percentuali non possono essere applicate a ogni situazione. La nota formula dello psicologo Albert Mehrabian — 7% componente verbale, 38% componente vocale e 55% componente facciale — deriva da esperimenti circoscritti alla comunicazione di sentimenti e atteggiamenti e alla valutazione di messaggi discordanti. Non significa che il contenuto di una lezione, di un articolo o di una conversazione conti soltanto per il 7%. Lo stesso studioso ha precisato i limiti di tale interpretazione. Il peso dei diversi canali dipende dal contenuto, dal contesto e dalla relazione. Per comprendere una spiegazione, le parole possono essere decisive; per interpretare un’accoglienza, assumono rilievo anche il tono e l’espressione. Un “sono felice di vederti”, pronunciato con freddezza e mentre si continua a guardare il telefono, può suscitare perplessità. La relazione chiede coerenza fra ciò che diciamo e il modo in cui partecipiamo all’incontro. Quando osserviamo qualcuno, raccogliamo rapidamente indizi sul suo modo di presentarsi. Ma un’impressione resta un’impressione. L’abito non certifica il valore di una persona; uno sguardo sfuggente non dimostra disinteresse; una postura rigida non rivela necessariamente ostilità. Timidezza, stanchezza, differenze culturali e condizioni personali possono influire sul comportamento.

Qui emerge una responsabilità sociale: imparare a osservare senza trasformare immediatamente ciò che vediamo in un giudizio. Il linguaggio del corpo richiede attenzione al contesto, disponibilità al confronto e rispetto per la complessità dell’altro. Nella società contemporanea, attraversata da immagini, schermi e rappresentazioni pubbliche di sé, questa responsabilità acquista particolare rilievo. Possiamo dedicare grande cura al modo in cui appariamo e poca attenzione alla qualità della nostra presenza. Nelle relazioni quotidiane, invece, ascoltare comporta anche fermarsi, lasciare spazio, riconoscere il tempo e la dignità dell’interlocutore. Comunicare, inteso come rendere comune un pensiero o un’esperienza, richiede partecipazione. Le parole offrono significati; il corpo contribuisce a dare forma all’incontro. Entrambi possono accogliere, ferire, rassicurare o creare distanza. Lo sguardo è una delle vie attraverso cui entriamo in relazione con il mondo. Anche il tatto partecipa a questa esperienza: può esprimere vicinanza e cura, purché rispetti la disponibilità e i confini dell’altro. Guardare e toccare sono dunque anche comportamenti da educare. Come viene formato il nostro sguardo? Quanto risente dei pregiudizi e delle immagini che consumiamo ogni giorno? E quale educazione al contatto, alla vicinanza e al rispetto stiamo trasmettendo alle nuove generazioni?

Ne parleremo nel secondo appuntamento, mercoledì 21 ottobre. Ai lettori che hanno dedicato attenzione a queste righe va il mio ringraziamento: la riflessione scritta diventa occasione di dialogo quando incontra qualcuno disposto a soffermarsi, interrogarsi e condividere il proprio punto di vista. * Francesco Garofalo, già docente di Linguaggi non verbali presso diverse Scuole di specializzazione universitarie.