Il Movimento Nazionale per la Fusione dei Piccoli e medi Comuni d’Italia presenta un dossier di analisi e proposte fondato su dati, ricerche scientifiche, normativa ed esperienze comparate. Non soltanto risparmio, ma maggiore capacità amministrativa, servizi efficienti, sviluppo territoriale e tutela delle identità. Il dossier sarà preceduto da un video di presentazione che ne illustrerà, in forma sintetica e immediata, i contenuti più rilevanti, il metodo adottato e le principali proposte elaborate dal Movimento
Quale futuro attende i piccoli e medi Comuni italiani, soprattutto quelli colpiti dallo spopolamento, dall’invecchiamento della popolazione, dalla partenza dei giovani e dalla progressiva riduzione dei servizi? È da questa domanda, ormai non più rinviabile, che nasce il nuovo Dossier di analisi e proposte sulle fusioni comunali, elaborato a cura del Movimento Nazionale per la Fusione dei Piccoli e medi Comuni d’Italia. Il documento, articolato in 45 pagine, propone di affrontare il tema superando pregiudizi, contrapposizioni campanilistiche e semplificazioni. La fusione non viene presentata come una soluzione valida indistintamente per ogni territorio, né come un espediente destinato esclusivamente a ridurre i costi della politica e dell’amministrazione. La prospettiva indicata è più ampia: verificare se un’unica istituzione territoriale possa rafforzare la capacità di programmare, progettare, ottenere finanziamenti, organizzare i servizi e contrastare il declino economico e demografico.
Oltre la logica del semplice risparmio
Per molti anni il dibattito sulle fusioni è stato incentrato quasi esclusivamente sui possibili risparmi derivanti dalla riduzione degli organi amministrativi, dall’accorpamento degli uffici e dall’eliminazione delle duplicazioni. Il dossier propone un cambio di paradigma. Il risparmio rimane un elemento da valutare, ma non può rappresentare l’unico criterio con il quale misurare la convenienza e il successo di una fusione.
Il metodo: dati, ricerca e confronto tra alternative
Uno degli aspetti più significativi del dossier è il metodo seguito. Il documento distingue le evidenze statistiche e scientifiche dalle valutazioni politiche e dalle proposte avanzate dal Movimento. L’analisi prende in considerazione i dati dell’Istat sul declino demografico e sull’invecchiamento della popolazione, gli studi della Svimez sullo spopolamento del Mezzogiorno, le ricerche universitarie sugli effetti delle fusioni e le indicazioni dell’OCSE riguardanti la frammentazione amministrativa, la professionalizzazione degli enti locali e la qualità dei servizi pubblici. Sono state inoltre esaminate la normativa costituzionale e nazionale, le leggi regionali che disciplinano e istituiscono i nuovi Comuni, le disposizioni europee in materia di autonomia locale e le esperienze compiute in altri Paesi. Particolare attenzione è stata riservata agli ordinamenti nei quali il riordino territoriale è stato realizzato anche mediante fusioni disposte dalla legislazione nazionale, come avvenuto in Danimarca e in Grecia. La ricerca non parte da una conclusione già stabilita. Non sostiene che ogni fusione produca automaticamente risparmi, maggiore efficienza o sviluppo. La dimensione ottimale varia in relazione alle caratteristiche geografiche, demografiche, economiche e sociali del territorio e alla natura dei servizi da organizzare. Per questa ragione il dossier propone che ogni scelta sia preceduta da un’istruttoria pubblica e, quando necessario, da uno studio di fattibilità indipendente, affidato a università, istituti di ricerca o strutture tecniche qualificate.
Confrontare fusione, Unione, convenzione e situazione esistente
Lo studio di fattibilità non dovrebbe limitarsi a descrivere i possibili vantaggi della fusione. Dovrebbe confrontare in maniera trasparente almeno quattro scenari: il mantenimento dell’attuale assetto, la gestione dei servizi attraverso convenzioni, la costituzione o il rafforzamento di un’Unione stabile e la nascita di un Comune unico. Ogni alternativa dovrebbe essere valutata attraverso indicatori verificabili: andamento demografico, distanze, mobilità quotidiana, personale disponibile, condizioni dei bilanci, reti scolastiche e sanitarie, accessibilità ai servizi, attività produttive, sistemi locali del lavoro, patrimonio culturale, rischi ambientali e capacità di investimento. In tal modo la decisione potrebbe essere sottratta tanto alle paure irrazionali quanto agli entusiasmi privi di riscontri concreti. Il costo di questi studi, secondo la proposta del Movimento, dovrebbe essere sostenuto integralmente dallo Stato o dalle Regioni. Nessuna comunità dovrebbe essere privata della possibilità di conoscere e confrontare le alternative soltanto perché il proprio Comune non dispone delle risorse necessarie per commissionare un’analisi qualificata.
La società è già oltre i confini comunali
La riflessione contenuta nel dossier non è soltanto amministrativa, economica o giuridica. Una parte rilevante è dedicata alla dimensione sociologica delle trasformazioni territoriali. In molte aree, la vita quotidiana ha già superato i confini dei singoli Comuni. I cittadini risiedono in un centro, lavorano in un altro, frequentano scuole, strutture sanitarie, uffici, attività commerciali e luoghi di aggregazione situati nei paesi vicini. Mobilità, urbanistica, trasporti, ambiente, turismo, infrastrutture e attività produttive interessano territori più vasti rispetto alle singole circoscrizioni comunali. Spesso, dunque, è la società reale a essere diventata sovracomunale prima ancora dell’istituzione. La fusione, in presenza di effettive interdipendenze, può rappresentare la costruzione di una nuova scala di azione collettiva: un ambito nel quale organizzare unitariamente servizi, investimenti e politiche di sviluppo che non possono più essere affrontati efficacemente da amministrazioni isolate e dotate di risorse limitate.
Fondere le istituzioni, non cancellare le identità
Uno degli ostacoli più ricorrenti alle fusioni è il timore di perdere l’identità del proprio paese. Il dossier distingue, però, l’identità della comunità dalla struttura dell’istituzione amministrativa. L’identità è formata dalla storia, dalla memoria, dalle tradizioni, dalle relazioni sociali, dai luoghi, dai dialetti, dalle feste, dai simboli e dal sentimento di appartenenza. Non coincide necessariamente con il confine burocratico del Comune. Cambiare l’organizzazione istituzionale non significa obbligare gli abitanti a rinunciare al proprio paese. Può significare, al contrario, dare alle comunità uno strumento più forte per tutelare e valorizzare ciò che le rende uniche. Il pericolo maggiore per l’identità dei piccoli centri non è sempre la fusione. È anche il progressivo svuotamento: la chiusura delle scuole e delle attività commerciali, la riduzione dei collegamenti, l’allontanamento dei giovani, la perdita dei servizi e l’indebolimento delle relazioni sociali. Il documento propone perciò precise garanzie di prossimità: municipi o consulte nei centri originari, mantenimento degli sportelli, tutela delle denominazioni storiche, valorizzazione delle tradizioni, servizi decentrati e trasparenza nella distribuzione degli investimenti. La formula che riassume questa visione è chiara: fondere le istituzioni, non le comunità. Una transizione da progettare e accompagna. Il nuovo Comune non può nascere soltanto attraverso l’approvazione di una legge regionale. La transizione deve essere pianificata e sostenuta nel tempo. Il dossier propone un fondo nazionale pluriennale destinato all’integrazione dei sistemi informatici, all’armonizzazione dei regolamenti e dei bilanci, alla riorganizzazione delle sedi, alla digitalizzazione, alla formazione e valorizzazione del personale e al potenziamento della capacità progettuale. Dovrebbe inoltre essere predisposto un piano unico di sviluppo territoriale comprendente servizi, infrastrutture, attività produttive, commercio, turismo, cultura, politiche sociali, rigenerazione urbana, energia e opportunità per i giovani. Gli effetti della fusione dovrebbero essere verificati prima, durante e dopo la nascita del nuovo ente. A tre e cinque anni sarebbe necessario misurare tempi amministrativi, qualità dei servizi, personale qualificato, investimenti realizzati, fondi ottenuti, apertura di nuove attività, andamento demografico, partecipazione civica e soddisfazione dei cittadini. La fusione non deve essere giudicata sulla base delle promesse, ma dei risultati.

Il quadro delle fusioni realizzate in Italia
Il dossier contiene anche un repertorio cronologico completo delle operazioni realizzate in Italia dal 2013 al 1° settembre 2026. Le operazioni censite sono complessivamente 141: 122 fusioni tradizionali e 19 fusioni per incorporazione, con 322 Comuni soppressi. L’elenco comprende i nuovi enti e i Comuni incorporanti, suddivisi per anno e Regione, con i richiami alla normativa nazionale e agli atti regionali istitutivi. Sono presenti, tra gli altri, i casi calabresi di Casali del Manco, istituito con la legge regionale 5 maggio 2017, n. 11, e di Corigliano-Rossano, nato con la legge regionale 2 febbraio 2018, n. 2. Il documento precisa che la prevista fusione di Pescara, Montesilvano e Spoltore non è inclusa nel conteggio, poiché la nascita del nuovo ente è fissata al 1° gennaio 2027.
Zone omogenee e territori differenti
La proposta conclusiva del Movimento parte da un principio: territori diversi richiedono soluzioni differenti. Nelle aree caratterizzate da continuità urbana e insediativa, mobilità condivisa, infrastrutture comuni, relazioni economiche e sociali consolidate, servizi interdipendenti e una riconoscibile identità funzionale, la frammentazione amministrativa può impedire un governo coerente dello spazio. Sono quelle che il dossier definisce zone omogenee: territori nei quali più centri, pur conservando la propria storia e le proprie tradizioni, formano nella realtà un unico sistema urbano, sociale ed economico.
In queste aree è lo stesso territorio a richiedere un’unica istituzione, capace di armonizzare urbanistica, mobilità, servizi e investimenti, evitando duplicazioni, conflitti di competenza e decisioni contraddittorie. Per tali situazioni il Movimento propone di aprire il confronto su una disciplina nazionale che possa prevedere la fusione obbligatoria, nel rispetto delle procedure costituzionali e con forme di consultazione non ostative. Negli altri territori, dove omogeneità e interdipendenza non risultino già dimostrate, dovrebbe invece essere obbligatorio lo studio di fattibilità indipendente, attraverso il quale confrontare fusione, Unione, convenzioni e gestioni associate. Non si propone pertanto di fondere indistintamente tutti i piccoli Comuni, né di applicare automaticamente una soglia demografica. Si propone di valutare la realtà effettiva dei territori e di intervenire quando la frammentazione non protegge più le comunità, ma ne riduce le possibilità di sviluppo.
Un video per annunciare il progetto
Il dossier sarà annunciato attraverso un video destinato a illustrarne, con un linguaggio chiaro e accessibile, le finalità, il metodo utilizzato e il cambio di paradigma proposto. Il documento sarà successivamente sottoposto all’esame e all’approvazione del Movimento Nazionale per la Fusione dei Piccoli e medi Comuni d’Italia. Dopo questo passaggio sarà portato a conoscenza delle comunità, degli amministratori e delle istituzioni. Saranno promossi convegni, incontri pubblici e occasioni di approfondimento nei territori, con il coinvolgimento di cittadini, sindaci, rappresentanti regionali e nazionali, università, studiosi, associazioni e organizzazioni economiche e sociali. L’obiettivo non è imporre una soluzione già confezionata, ma creare consapevolezza su basi concrete, facendo conoscere dati, ricerche, esperienze e alternative. Soltanto una comunità adeguatamente informata può valutare senza paure infondate e senza promesse irrealistiche quale organizzazione istituzionale sia più adatta al proprio futuro.
Progettare il futuro prima che il declino diventi irreversibile
Spopolamento, denatalità, invecchiamento, partenza dei giovani, riduzione dei servizi e carenza di personale qualificato non sono pericoli lontani. Sono processi già in atto, particolarmente evidenti nelle aree interne e nel Mezzogiorno. Continuare a rinviare ogni decisione rischia di lasciare i piccoli centri formalmente autonomi, ma progressivamente privi di abitanti, servizi, professionalità e opportunità. La fusione non può, da sola, creare imprese, aumentare le nascite o convincere i giovani a rimanere. Può però diventare l’infrastruttura istituzionale necessaria per progettare e amministrare politiche più efficaci contro lo spopolamento e la marginalizzazione. Il dossier vuole perciò avviare un percorso pubblico: conoscere per comprendere, confrontarsi per scegliere e progettare il futuro prima che il declino diventi irreversibile. La storia delle istituzioni insegna che nessuna forma amministrativa è eterna. Le istituzioni nascono per rispondere ai bisogni della società, si trasformano quando la realtà cambia e possono essere sostituite quando non risultano più adeguate. Difendere una comunità non significa necessariamente conservare immutato ogni apparato. Può significare darle un’istituzione più competente, autorevole e capace di accompagnarla nel futuro. Perché le comunità che non riescono a governare il cambiamento rischiano di esserne annientate. Quelle che trovano il coraggio di progettare insieme possono invece trasformare la crisi in una possibilità di rinascita.