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96 anni fa l’omicidio Cappello. Lo storico e giornalista Dalena, ne ricostruisce il dramma in ” Quel garofano spezzato” (clicca qui per leggere)

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“Quel garofano spezzato. Paolo Cappello, muratore antifascista”. E’ l’ultima fatica letteraria, consegnata alla stampa, dallo storico e  giornalista Matteo Dalena, collaboratore della nota rivista STORICA National Geographic e  autore di  diverse pubblicazioni.

Il volume, che si inserisce nel filone di ricerca storica sulle  figure note e meno note  che hanno caratterizzato la vita politica e sociale della nostra Città  Bruzia, fornisce una lettura inedita degli avvenimenti che hanno caratterizzato il caso Cappello.

Caduto nel dimenticatoio, lo studioso, il ricercatore  storico e giornalista, avvalendosi delle tecniche meticolose delle indagini, ha scavato negli archivi pubblici e privati, cogliendo documenti inediti  che danno luce al passato, illuminando il presente.

Con i metodi della storia criminale, della storia sociale e della microstoria, l’autore ha cercato di far luce sugli itinerari di vita di un “figlio di ignoti”, allevato nel quartiere popolare della Massa a Cosenza e cresciuto nei bassi di una città ebbra di vino e vendetta

Novantasei anni fa, il 21 settembre 1924, il muratore socialista Paolo Cappello si spegneva nel vecchio ospedale civile di Cosenza. Era stato ferito gravemente una settimana prima da piombo fascista. Dopo quattro anni d’intensa ricerca tra archivi e biblioteche, Matteo Dalena consegna alle stampe “Quel garofano spezzato. Paolo Cappello (1890-1924)” che uscirà in ottobre.
La morte di Paolo Cappello è uno di quei foschi fatti che nemmeno il crollo del regime e il successivo avvento della democrazia riuscirono a chiarire. Tre gradi di giudizio non furono sufficienti ad assicurare alla giustizia i responsabili.

Il libro esce con il patrocinio gratuito dell’ICSAIC (Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea) e dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) Provinciale di Cosenza.

Nel 1944 all’operaio ucciso venne intitolata la vecchia e ormai impronunciabile piazza Littorio. Con i metodi propri della storia criminale, della storia sociale e della microstoria Matteo Dalena cerca di far luce sugli itinerari di vita di uno dei tanti “figli di ignoti”, allevato nel quartiere popolare della Massa e cresciuto nei bassi di una città ebbra di vino e vendetta.

La documentazione passata in rassegna da Matteo Dalena in quattroanni di ricerca fa riferimento principalmente alle sentenze della Corte Suprema di Cassazione di Roma, ai carteggi prodotti dalla Direzione Generale di Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno, dall’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo (Archivio Centrale dello Stato di Roma) e ai processi penali (Archivio di Stato di Cosenza). Ampio spazio è dedicatoalla stampa d’epoca, in particolare alle cronache de La Parola socialista, L’operaio, L’Avanti, Il popolo, Calabria fascista.

Il testo contiene la prefazione di Giovanni Sole. Uno stralcio:“C’è un’altra difficoltà che Dalena ha dovuto affrontare: egli, come Paolo Cappello, è un militante antifascista. Accade spesso che per l’appartenenza ideologica lo storico abbia già in mente cosa scrivere e quindi documenti e fatti servano solo a confermare le proprie opinioni. Egli dovrebbe essere neutrale e obiettivo nella ricerca e, tuttavia, ogni studioso che narra il passato, per quanto si sforzi di essere obiettivo, non può essere scevro da sentimenti del suo tempo e soprattutto dalla sua filosofia di vita. Dalena manifesta apertamente la simpatia verso il giovane muratore cosentino e non si nasconde dietro la pretesa neutralità dello storico. Dipinge con foschi colori gli eventi del passato per ammonire la sua gente a non ripetere gli errori, al pari di un oratore vuole commuovere, sensibilizzare e incitare gli uomini a ricordare: il fine del suo saggio non è dilettare ma educare. È uno storico militante e il suo compito è quello di smascherare i falsi retori che hanno veicolato ideologie finalizzate unicamente a perpetuare il sistema sociale funzionale al potere, ideologie che, pur fornendo un orizzonte di senso, mistificano la realtà, intorpidiscono le menti e inducono le persone a subire gli eventi. Il suo fine è distruggere le prigioni mentali che condannano la popolazione alla cecità, smantellare il castello di sacre opinioni che distorcono la realtà e sfatare i miti che alterano la verità e plasmano le coscienze. Dalena è dalla parte degli sfruttati e contro le tirannie ma, intellettuale onesto, non mitizza il suo protagonista, non cade nell’errore di molti storici superficiali che pensano agli uomini come se fossero don Chisciotte o Sancio Panza. I primi, prigionieri del sogno d’amore per l’umanità, errano sulla terra per affermarlo anche con la forza, sono mossi da una natura spirituale che li spinge all’azione; i secondi, prigionieri della felicità materiale, vivono per appagare i bisogni materiali e hanno un empirismo di natura animale che li spinge all’ozio: forza attiva e rivoluzionaria quella dei primi e forza passiva e conservatrice quella dei secondi.

In realtà nessuno s’identifica nell’irrazionale puro che caratterizza l’uno e nel materiale puro che caratterizza l’altro, nessuno si riconosce completamente in don Chisciotte o in Sancio Panza perché ognuno si aggrappa alla poesia come alla materia, impulsi naturali che esistono indipendentemente dalla volontà. Paolo Cappello non era uno stinco di santo e non era un esempio di rettitudinema nutriva nell’animo sentimenti di libertà e di solidarietà umana e per questo fu ucciso. La sua vicenda, raccontata con passione e perizia da Dalena, è importante perché demolisce la convinzione di molti storici, anche di sinistra, che la povera gente sia passiva e in balia degli avvenimenti, spingendoli a occuparsi soprattutto di persone che si sono poste alla guida delle grandi masse di sfruttati e quindi meritevoli di gloria in vita e in morte”.

Sintesi: Paolo Cappello nacque a Pedace (Cs) il 23 gennaio del 1890 da genitori ignoti. Passato dal brefotrofio, venne allevato da Agata Iaconetti e un tal La Rosa nel quartiere popolare cosentino della Massa a Cosenza. Una gioventù segnata da piccoli reati quella di Paolo Cappello, che si guadagnava da vivere svolgendo il mestiere di muratore nei cantieri di una città in via d’espansione. Cappello era legato a Carmela d’Acri, ma non avevano figli. Introdotto alla fede repubblicana dal tipografo Federigo Adami, nel 1914 entrò a far parte della sezione cosentina del Partito socialista intitolata a “Pasquale Rossi”, sotto l’ala protettiva di Pietro Mancini, Muzio Graziani e Francesco Vaccaro. I veri problemi per Paolo Cappello cominciarono nel 1924: delle elezioni politiche segnate da violenze e brogli, dell’omicidio del socialista Giacomo Matteotti e di quello del fascista Armando Casalini. Nel mese di marzo Cappello venne arrestato e incarcerato insieme ad alcuni compagni per lo sfregio permanente al volto del giovane fascista Carbone, ma venne assolto per insufficienza di prove dopo pochi mesi. Il 14 settembre, a sera, il fascista Bartoli venne pestato da alcuni operai perché ritenuto responsabile di aver strappato il tradizionale garofano rosso dalla giacca di uno di essi. Poco più tardi, nei pressi del ponte san Francesco, ci fu una sparatoria tra fascisti e socialisti. A cadere fu proprio Cappello, ferito in modo grave da due colpi di rivoltella: il primo gli perforò un polmone, il secondo una gamba. Trasportato in ospedale Cappello si sarebbe spento una settimana dopo, al mattino del 21 settembre, nel vecchio ospedale civile di Cosenza. A essere accusato del “mancato omicidio” prima e successivamente di “omicidio volontario” fu il centurione della milizia nazionale fascista Antonio Zupi, uno dei fondatori del fascio cosentino e organizzatore delle locali squadre d’azione. Altri sei militi vennero accusati di correità in omicidio. Tra omissioni, tentativi di depistaggio e scontri accesi su carta stampata e bollata, si arrivò al processo. Nel luglio del 1925 la Sezione d’Accusa del Tribunale di Catanzaro rinviò Zupi e gli altri militi alla Corte d’Assise di Cosenza con l’accusa di lesioni seguite da morte. Secondo i giudici catanzaresi Zupi sparò per ledere ma non per uccidere, mentre per gli altri militi l’accusa era di correità in omicidio. Il secondo grado del processo fu spostato –per esplicita richiesta dei fascisti –da Cosenza a Castrovillari e le udienze cominciarono a partire dal 31 ottobre 1925 in un tribunale cinto d’assedio dagli squadristi. Il 10 novembre Zupi e gli altri militi vennero assolti per non aver commesso il fatto. Nel luglio 1945 la Suprema Corte di Cassazione di Roma dichiarò la giuridica inesistenza della sentenza di assoluzione emessa dal tribunale di Castrovillari a causa del “clima di grave coercizione determinato dal fascismo” in cui si svolse il processo. Nel 1946 il principale imputato richiese e beneficiò dell’amnistia Togliatti. ( La redazione)