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Quando la calza parlava al cuore. L’Epifania nel Savuto e nel Reventino tra fuochi, attese e tradizioni che univano le comunità

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Dalla notte della Befana ai falò di piazza, dai canti della strina alle credenze popolari: il racconto di una festa che chiudeva il tempo del Natale e accendeva, un’ultima volta, il senso della comunità.

Nelle comunità del Savuto, del Reventino e in gran parte del Cosentino, l’Epifania era soprattutto una lunga attesa infantile. I bambini solevano lasciare la calza accanto al caminetto, spesso appesa con uno spago o poggiata su una sedia, affinché la Befana potesse riempirla durante la notte. Non era un gesto meccanico: quella calza diventava, simbolicamente, la misura dell’anno appena vissuto. Secondo la tradizione, infatti, la Befana lasciava i doni “in base al comportamento conservato durante l’anno”: dolci, fichi secchi, carrube, torroncini, qualche monetina per i più ubbidienti; carbone – spesso di zucchero, ma non sempre – per ricordare con bonaria severità le marachelle. Il desiderio di verificare cosa avesse lasciato la Befana tra la notte del 5 e il 6 gennaio era uno dei momenti più intensi dell’infanzia: un’attesa carica di emozione, quasi una prova del tempo, che teneva svegli fino a tardi o faceva spalancare gli occhi all’alba, in un misto di speranza e timore. Era una tensione dolce, che insegnava il valore dell’attesa, della sorpresa e anche della responsabilità. Oggi, in una società in cui “tutto è a portata di mano”, con stanze piene di giocattoli e regali disponibili in ogni momento, quella tensione emotiva si è in parte affievolita. Non per tutti, ma per molti sì. I doni tecnologici – tablet, smartphone, videogiochi – sono diventati privilegiati, ma spesso non riescono a restituire fino in fondo quella magia lenta e silenziosa che accompagnava la notte della Befana di ieri, quando bastava una calza, un camino acceso e l’immaginazione per rendere l’Epifania una delle notti più importanti dell’anno. Fatta questa premessa di carattere quasi antropologico, che racconta il senso profondo dell’attesa, della regola morale e della magia domestica legata alla Befana, diventa naturale spostare lo sguardo dalla casa alla piazza, dal focolare alla comunità. Perché, nel nostro comprensorio del Savuto e del Reventino, l’Epifania non è mai stata soltanto una festa privata: è sempre stata un rito collettivo, un tempo condiviso che segna la chiusura delle festività e rinsalda i legami tra le persone.

Vediamo allora quali sono le tradizioni che, ancora oggi o nella memoria più viva, contraddistinguono il Savuto e il Reventino, tra falò rituali, canti di augurio, credenze notturne e feste di piazza, in un intreccio di sacro e popolare che rende questa ricorrenza una delle più identitarie delle nostre comunità. Proseguiamo allora entrando nel vivo delle tradizioni che danno un volto preciso all’Epifania nel nostro territorio.

I falò della vigilia: “’a focara” che chiude le feste

Nel comprensorio del Savuto l’Epifania è storicamente legata al rito del fuoco. La sera del 5 gennaio, in molti paesi, si accendeva (e in alcuni casi si accende ancora) la focara, un grande falò realizzato con fascine, legna vecchia, rami secchi, materiali raccolti durante i giorni precedenti. Non era solo un gesto spettacolare: attorno al fuoco si ritrovavano famiglie, giovani, anziani, si raccontavano storie, si mangiava qualcosa di semplice, si beveva un bicchiere di vino. Il falò segnava simbolicamente la fine del Natale: bruciava l’anno vecchio, salutava le feste e accompagnava la comunità verso il ritorno alla normalità. Il fuoco, in questo contesto, aveva un valore quasi “purificatore”: scaldava, illuminava, proteggeva, e soprattutto metteva insieme, facendo della piazza un luogo di riconoscimento reciproco.

La “strina”: il canto che porta augurio

Accanto al fuoco, sopravvive in varie forme un’antica consuetudine: la strina. Gruppi di giovani (ma anche famiglie intere) giravano per le case cantando brevi strofe augurali, spesso accompagnate da fisarmonica, chitarra o semplici strumenti improvvisati.

Il canto non era solo intrattenimento: era un gesto di augurio pubblico, un modo per augurare prosperità, salute, buon raccolto, serenità per l’anno nuovo.

In cambio si ricevevano dolci, fichi secchi, vino, uova, qualche moneta. Ma soprattutto si riceveva accoglienza: una parola, una risata, un bicchiere condiviso. La strina trasformava l’Epifania in un grande scambio di relazioni, in cui nessuno restava davvero “chiuso in casa”.

La notte che parla: il Reventino e le credenze di confine

Nel Reventino, come in gran parte della Calabria interna, l’Epifania conserva una dimensione ancora più “magica”. La notte tra il 5 e il 6 gennaio è ricordata come una notte di confine, in cui il mondo visibile e quello invisibile sembrano avvicinarsi. Secondo la credenza popolare, gli animali parlano: buoi, asini, cavalli “commentano” il modo in cui sono stati trattati durante l’anno. Da qui l’antica abitudine di sistemare con cura la stalla, portare fieno pulito, evitare rumori o comportamenti irrispettosi. Questa credenza non è folklore ingenuo: è una lezione morale travestita da favola, che insegna il rispetto per gli animali, per il lavoro contadino, per ciò che sostiene la vita quotidiana.

La piazza, la Befana, i bambini

Con il passare del tempo, soprattutto nei centri più grandi, l’Epifania ha trovato una sua espressione pubblica nelle feste di piazza: la Befana che arriva dall’alto, i sacchi di dolci, la musica, i giochi. Ma il cuore resta lo stesso: i bambini al centro, come destinatari di un rito che parla di crescita, di merito, di attesa e di sorpresa. Ed è proprio questo che rende l’Epifania, nel Savuto e nel Reventino, qualcosa di più di una data sul calendario: è una festa che chiude, ma non spegne. Chiude il tempo delle luci e degli addobbi, ma riaccende – per un’ultima volta – il senso della comunità. In diversi Comuni, inoltre, va in scena l’ultima rappresentazione del Prese vivente, organizzato tra i vicoli dei centro storici, che rirpongono vecchi mestieri, botteghe dell’artigianato locale, preparazione di alimenti, costumi, arte che animano le comunità e offrono a tutti la possibilità di vivere un passato che il tempo ha assorbito e trasformato profondamente.( di redazione)