Dal Comitato per la fusione dei Comuni al nuovo saggio Chi ha ucciso la politica?, il giovane consulente calabrese analizza il futuro dei territori e la crisi della democrazia italiana
Quando si parla di futuro del Comprensorio Savuto, spesso si pensa a sfide complesse: sanità, servizi, innovazione, comunità energetiche. Emanuele Cristelli, consulente e giovane esperto di comunicazione, calabrese trapiantato a Trieste, prova a dare risposte e visioni nuove. Nel suo ultimo lavoro editoriale, Chi ha ucciso la politica? (Amazon) , affronta senza filtri la crisi della democrazia. Ne abbiamo discusso insieme, partendo proprio dal legame tra le radici locali e le grandi questioni nazionali. Cristelli lega la riflessione nazionale al destino delle istituzioni locali, in un momento in cui la Calabria si prepara alle elezioni regionali e il futuro del territorio chiede nuove visioni.
D. Politica e territorio – Lei parla spesso di “politica vera”. Se guardiamo al Savuto, quali segnali di vitalità istituzionale e partecipativa coglie oggi nei nostri comuni?
Io sono nato a Cosenza, ho vissuto a Piano Lago di Mangone fino a 19 anni e poi son partito: oggi vivo Trieste, ma le mie origini del Savuto mi permettono di guardare a questa terra con affetto e un po’ di distanza critica. La “politica vera” è quella che si fa mettendo al centro le comunità, e nel Savuto vedo piccoli segnali: comitati civici, cittadini che provano a riorganizzarsi, amministratori che convocano momenti pubblici. Sono germogli che vanno coltivati, perché la partecipazione non può rinascere dall’alto ma dal basso.

D. Enti locali – La gestione dei Comuni del Savuto sembra spesso frenata da campanilismi e divisioni. Perché, secondo lei, la fusione dei Comuni, nonostante la realtà già “conurbata” attorno all’imbocco autostradale di Piano Lago, fatica ancora a concretizzarsi?
Attorno a Piano Lago la vita quotidiana è già unificata: ci si muove, si lavora, si usano gli stessi servizi. Però la fusione resta un tabù, per campanilismi storici, timore di perdere identità e rappresentanza, e per l’assenza di un progetto condiviso che dia fiducia e mobiliti le persone prima del ceto politico.
Non basta la logica amministrativa: serve un processo politico e partecipato, con garanzie concrete per i cittadini sia di prospettive di miglioramento della propria condizione di vita, sia di preservazione di quella che è la propria identità culturale, seppur in una cornice istituzionale più ampia.
D. Servizi e sviluppo – Quanto pesa la frammentazione amministrativa sullo sviluppo dei servizi essenziali (urbanistica, commercio, trasporti, sanità)?
Pesa moltissimo. La frammentazione significa doppioni, inefficienze, ritardi. Temi come urbanistica, trasporti, sanità, commercio richiedono una regia comune in un’area vasta che ha un retroterra e orizzonte comune. Io vedo il Savuto in ritardo rispetto ad altre aree: senza una sempre maggiore integrazione amministrativa e di servizi, un trasporto pubblico cadenzato, esteso e regolare e una sanità territoriale forte, la gente continuerà a partire, i borghi continueranno a vivere lo spopolamento, con conseguente indebolimento del commercio locale che non può pensare di concorrere con l’e-commerce globale senza un tessuto territoriale e di reciprocità forte e sostenuto.
D. Savuto e Regione – In vista delle elezioni regionali, come dovrebbe essere inserito il Savuto nelle politiche di sviluppo della Calabria?
Bisogna riconoscere il Savuto come un ambito funzionale e ad alto potenziale di sviluppo, non solo come somma di piccoli comuni, nonché naturale bacino con il quale dovrebbe cooperare l’area del cosentino. Le priorità per me sono tre:
- sanità di prossimità ed emergenza (anche sull’elisoccorso, dove siamo stati penalizzati);
- mobilità e digitale, perché senza collegamenti e connessioni non c’è sviluppo;
- valorizzazione di filiere locali reali: agroalimentare, turismo lento, energia e hi-tech. In una parola prendere in mano una volta per tutte il dossier dell’area industriale di Piano Lago e rilanciarla;
D. Problemi prioritari – Se dovesse stilare una classifica, quali sarebbero i tre problemi più urgenti da risolvere nel Savuto?
Direi:
- Sanità territoriale da potenziare e rendere il più diffusa e di prossimità possibile, concependo un nuovo modello legato alle cronicità delle patologie.;
- Incapacità strutturale di intercettare l’enorme quantità di fondi europei dedicati a sviluppo e coesione derivata dalla frammentazione comunale di un’area omogenea, per l’assenza di tecnici specializzati e preparati in materia di finanziamenti europei.;
- Carenza improponibile di infrastrutture, visibili e invisibili: trasporti, digitale e connessione sono il vettore fondamentale della crescita. La littorina nel 2025 non è più sufficiente.
D. Energia e CER – Le Comunità Energetiche Rinnovabili stentano a decollare nei nostri territori. Secondo lei cosa frena la loro realizzazione?
Qui pesano la burocrazia, la mancanza di competenze tecniche e la difficoltà dei comuni a fare rete. Il risultato è che si rinuncia a un’occasione enorme: bollette più leggere, sviluppo locale, autonomia energetica. Io credo serva un consorzio tra i comuni del Savuto e almeno due o tre CER pilota che facciano da apripista: come spesso accade, è più il blocco culturale e del “si è sempre fatto così” che a volte impedisce il realizzarsi delle innovazioni. Andazzo che conosciamo bene.
D. Comuni e innovazione – A suo giudizio, i Comuni del Savuto sono davvero “al passo con i tempi”?
Alcuni provano a muoversi, ma in generale c’è un ritardo. Digitalizzazione, sostenibilità e pianificazione non possono più essere rimandati. Senza strutture tecniche condivise, i bandi e i fondi rischiano di passare altrove e rimanere occasioni sprecate. Io credo che serva un Ufficio Unico Innovazione e Fondi Europei del Savuto, capace di progettare e attrarre risorse sulla base di progetti che abbiano linee di sviluppo comuni e abbiano il compito di promuovere costantemente, ogniqualvolta ce ne sia occasione, rete fra i comuni del comprensorio.
D. Politica e democrazia – Guardando oltre i confini locali: da quando, secondo lei, si è iniziato a “odiarla” la politica? E come si combattono oggi la cultura dell’odio e delle false notizie?
Non c’è un unico momento preciso, ma alcune fratture hanno accelerato il processo. Tangentopoli è stata certamente una di queste: ha spazzato via un’intera classe dirigente, ma invece di rigenerare la politica l’ha delegittimata agli occhi dei cittadini, aprendo la strada all’idea che fosse tutta corruzione e interesse personale. La crisi economica del 2008 ha fatto percepire la politica come impotente di fronte a dinamiche globali più grandi di lei. Poi i social network hanno cambiato radicalmente il rapporto tra cittadini e democrazia: hanno dato voce a tutti, ma al tempo stesso hanno frammentato la società, facendo credere che ciascuno potesse rappresentarsi da solo, senza più bisogno di mediazione. In questo clima si è diffusa la cultura dell’odio, alimentata dal populismo e dalle fake news, che hanno logorato ulteriormente la fiducia nelle istituzioni.
Combattere questa deriva significa, da un lato, ricostruire luoghi di confronto reali – partiti, associazioni, comunità – e dall’altro investire nell’educazione digitale, per imparare a distinguere il vero dal falso e non cadere vittime della rabbia organizzata online. La democrazia senza mediazione diventa solo una somma di urla poco credibile: per questo oggi il vero antidoto è tornare a costruire comunità, capaci di discutere, educare e restituire senso collettivo alle vite individuali.