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Luigi Michele Perri: “Informare, non indottrinare”

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Nel suo intervento critico e misurato, il giornalista e scrittore riflette sul ruolo dell’informazione pubblica, denunciando l’eccesso retorico del Tg1 sul Pride di Budapest e invocando una narrazione più sobria, plurale e ancorata alla realtà quotidiana.

Un intervento critico e misurato, quello del giornalista e scrittore Luigi Michele Perri, che invita a riflettere sul ruolo e sulle responsabilità dell’informazione pubblica. Prendendo spunto da un recente servizio del Tg1 sul Pride di Budapest, l’autore evidenzia il rischio di trasformare la cronaca in narrazione ideologica, a discapito dell’equilibrio e della pluralità. Riceviamo e pubblichiamo il suo contributo, che – senza mettere in discussione il diritto alla visibilità – richiama l’attenzione su una quotidianità spesso trascurata: quella fatta di famiglie, lavoro, comunità e valori condivisi. Un invito a restituire centralità alla “normalità” e a una narrazione più sobria, completa e rispettosa delle diverse sensibilità. Testo integrale:

Tg1, quando l’informazione diventa drogata

  C’è una linea sottile tra informare e orientare, tra raccontare i fatti e suggerire una lettura obbligata. Ed è una linea che il Tg1, telegiornale di punta della Rai, sembra aver oltrepassato più volte, inopportunamente, negli ultimi tempi. Sol per apparire non allineato. Il caso più recente riguarda il servizio andato in onda il 28 giugno sul Pride organizzato in Ungheria. Un servizio lungo, enfatico, privo di voci critiche o di notizie alternative. Ricco di immagini oceaniche. Un racconto fluviale, di retorica torrentizia, gorgogliante, a senso unico, tanto ostentatamente militante da oscurare altri fatti del giorno di pari o maggiore rilievo. Non è in discussione – intendiamoci – il diritto a esistere del Pride, né la necessità di darne notizia. In discussione, però, è l’assenza di equilibrio, il tono celebrativo, l’assenza di misura. E, in ultima analisi, la fedeltà alla missione del servizio pubblico.
  Perché la Rai – e con essa il Tg1 – non è una testata privata. È un servizio istituzionale che deve garantire completezza, sobrietà e pluralismo, soprattutto quando si affrontano temi delicati o divisivi. Ed è proprio nei passaggi più sensibili che la qualità dell’informazione si misura sulla capacità di ascoltare tutte le voci, non solo quelle che fanno più rumore.
  Non si tratta di rivendicare una maggioranza silenziosa contro le minoranze esibizionisticamente votate alla visibilità, né di fomentare la perversa logica dei fronti ideologici (ne abbiamo la tasche piene!). Ma si tratta di dire, con pacatezza e determinazione, che anche la “normalità” merita spazio. La vita quotidiana di milioni di persone, le famiglie, il lavoro, le comunità locali, gli artigiani che fanno cose egregie, i ricercatori che ogni giorno scoprono qualcosa, la scuola e i docenti di valore, i ragazzi che esprimono talenti, i missionari e i sacerdoti che fanno davvero opere di bene, le forme più semplici e composte di convivenza civile: tutto ciò è parte dell’identità collettiva, e non può essere cancellato o sottorappresentato o, addirittura, ghettizzato o, peggio, ignorato, solo perché meno appariscente o meno spettacolare. La normalità non è una provocazione. Men che meno, un ingombro.È un dato di realtà. E chi fa informazione dovrebbe averne consapevolezza. Per favorire prese di coscienza. Non per ben remunerate compiacenze d’accatto. Da questa Rai ci aspetteremmo una svolta di equanimità sui valori, e non squilibri drogati. E droganti. (luigi michele perri)