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Analisi Profonda: Il Prof. Eugenio Gallo Recensisce ‘Le Due Badesse”

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ANTONIO PETTINATO / ENRICO VIGNATI, LE DUE BADESSE – SANTELLI EDITORE, Cinisello B. Milano, marzo 2024.

                        

Martina, cara amica mia – iniziò Saruzza – so che l’amore sacro è il nostro unico scopo qui, ma a volte mi chiedo se Dio ci abbia davvero chiamate a vivere completamente separate dal mondo esterno. La bellezza e l’amore che si trovano al di fuori di queste mura non possono essere sue creazioni?”. Martina e Saruzza, ovvero “le due badesse”, cioé Suor Francesca e Suor Agnese, le due protagoniste di questo lavoro, si ritrovano insieme a confidarsi i propri pensieri, le proprie pene, quasi cercando un senso alla propria storia di monache di clausura per l’intransigenza dei propri genitori e non per vocazione. E’ il momento fondamentale del romanzo e della loro storia, della loro sofferta condizione umana e della loro vita mancata. Sì, perché la loro vita in clausura, in quanto non scelta liberamente, è comunque una forma di esistenza mancata. Il romanzo di A, Pettinato e di E. Vignati, scritto a quattro mani in una forma mirabilmente e pregevolmente coinvolgente e accattivante e con spunti di riflessione di peculiare importanza e di grande attualità ancora oggi, è un lavoro bello e molto interessante, che va a toccare e a mettere a fuoco e in discussione tutto ciò che rende impossibile la vita alla donna, relegandola in una dimensione di illibertà e di esistenza, ancora per tanti aspetti e in certi contesti, regolata dalle convenzioni sociali e dal pregiudizio. Il romanzo, narrando la storia di due ragazze di luoghi diversi, l’una siciliana e l’altra lombarda, propone come motivo dominante il tema della libertà della donna nella propria vita. E ciò mi fa venire in mente un saggio di L. Binswanger, Tre forme di esistenza mancate, e ciò che il Binswanger afferma, in merito all’esistenza, nella prefazione al testo, citando il filosofo tedesco Martin Heidegger. “L’esistenza, l’Esserci – egli scrive – è infatti per Heidegger la possibiltà di essere liberi per il più autentico poter essere”. Ebbene, Martina e Saruzza, costrette a vestire l’abito monacale e a divenire Suor Francesca e Suor Agnese, hanno questa possibilità? Pare proprio di no. Saruzza ama Melino, che però è di condizione sociale inferiore. Martina ama Francesco, pure lui di condizione sociale inferiore. I pregiudizi e le convenzioni sociali (il romanzo è ambientato nell’Italia dei primi cinquant’anni del Novecento o poco più) diventano, allora, un ostacolo insuperabile alla realizzazione delle loro storie d’amore. Saruzza, la ragazza sicilana, per il suo amore ritenuta dal padre disonorata, viene indizzata proprio dal genitore ad un Paraninfo (un uomo che fra l’altro svolge anche la funzione di  “sensale di matrimoni”), che dovrebbe trovarle un marito fuori dal paese. La ragazza, piuttosto che andare incontro ad un matrimonio con uno sconosciuto, decide di farsi monaca. Martina, giovane lombarda, rimane incinta, perde il bimbo ed il padre, per la fornicazione, le impone di abbracciare la via del convento di clausura. Il percorso religioso delle due ragazze le porta ad incontrarsi e a stringere un forte rapporto di amicizia e di complicità. La loro vita, però, è un’esistenza mancata in quanto in esse, per dirla ancora con Heidegger, viene meno la “possibilità dell’esistenza di darsi alle sue possibilità”. Ed è così perché le due ragazze vengono messe in una condizione di non essere libere artefici delle proprie scelte, dei propri progetti di vita e della propria esistenza. In un certo senso Lillo, nipote di Suor Agnese, quando sul finire degli anni sessanta andrà a conoscere in Convento la zia, lo avverte subito: “Lillo, comunque, rimase turbato dalla reazione di sua zia quando le mostrò la foto della sua ragazza e quando le accennò ai suoi progetti di vita”. Lillo, la foto della ragazza e quei progetti rappresentano il mondo. Quei progetti, per lei, come del resto per Martina, sono annegati. E, a questo punto, torna grato sottolineare quanto traspare, in merito, dalla descrizione che i due autori fanno dei fiumi di quei luoghi. Quei fiumi, di certo, non sono solo un aspetto della natura di quel mondo e di quei centri ma, e secondo me i due autori l’avranno forse anche pensato,  metaforicamente significano il senso del contrasto intimo, che lacera le due ragazze. L’acqua dei fiumi, sì, è certo la corsa inarrestabile delle loro speranze e dei loro sogni, che scendono ad incontrare il mare in cui scompaginarsi e sparire; ma significa, altresì,  libertà, libera corsa verso il mare, meta in cui i fiumi trovano il proprio approdo naturale, in pace e in armonia. E quella meta ad esse non è concessa. Sì, il colpo di scena finale sembra risolvere il loro problema ma, pensandoci bene, potrebbe anche non essere così. Esse, alla fine, riescono a vivere il loro profondo amore, insieme con i loro fidanzati d’un tempo, ma non lo realizzano per come avrebbero voluto. In fondo, i loro incontri sono segreti, nella celatezza della notte, ed esse restano ugualmente in convento, non lasciano la clausura. “Dopo un certo tempo in cui la passione li spinse a riassaporare le gioie dell’amore fisico e spirituale, si continuò con lo scambio di qualche bacio ma, alla fine, prese il sopravvento un amore profondo spirituale.  La loro voglia di amarsi, di essere finalmente felici e insieme andava ben oltre l’attrazione fisica”. E’ il loro tentativo di conciliare “amore sacro e amore umano”. Chissà se, però, per le due monache, la gioia non sia anche accompagnata da qualche senso di colpa! E qui il lettore attento si fa co- autore dei due scrittori ed entra, chissà se A. Pettinato ed E. Vignati l’avranno pensato, nelle pagine del romanzo come co- protagonista delle due badesse, per via delle proprie osservazioni,  riflessioni e considerazioni, di cui vorrebbe mettere a conoscenza le protagoniste e, magari, dialogare e riflettere, con esse, sul loro procedere fra “sacro e umano”. La loro vita, però, nonostante tutto, a mio giudizio resta, comunque, una vita sospesa, il cui senso, secondo me, paradigmaticamente, è espresso già nelle immagiuni della prima di copertina. In essa, il libro che le due badesse hanno in mano rappresenta il mondo, il mondo in cui esse pensano di poter rientrare; resta sempre, tuttavia, la regola di quella clausura, di cui esse non riescono a liberarsi. La loro vita è al centro, fra le due misure, ed ha dell’una e dell’altra, è sospesa e, in quanto tale, è “mancata”. E’ un bel romanzo il testo di A. Pettinato e di E. Vignati, un romanzo che, a dire il vero, salvo poche sfumature, non sembra scritto a quattro mani, tanta è in fondo la sintonia fra i due autori. Sì, Antonio Pettinato ed Enrico Vignati hanno scritto davvero una bella storia, una storia che, nel proprio svolgersi, incontra altre storie (le vicende del Paraninfo, di Cesarina, di Lillo, di Madre Francesca Cabrini), che si legano alla storia principale e trovano la propria unità nelle due protagoniste, Suor Francesca e Suor Agnese. Ed è un romanzo scritto al femminile, il loro romanzo, perché del mondo femminile i due scrittori sanno cogliere ed esprimere, attraverso le figure delle due protagoniste, la sensibilità e la psicologia. Un bel lavoro, sì, un lavoro di scavo che sa restituirci i personaggi nella misura concreta della loro personalità, tanto che essi non appaiono, nello svolgimento delle azioni e delle vicende, come figure nate da una penna creativa, anzi da due penne creative, bensì come persone reali. E’ un romanzo di denuncia, questo delle due badesse, un romanzo che denuncia la subalternità della condizione femminile, narrata attraverso le protagoniste, vittime sì delle convenzioni e dei pregiudizi rappresentati dai loro genitori, ma anche della debolezza e dell’acquiescenza alle condizioni dei tempi (prima metà del secolo breve) che impediscono loro di ribellarsi. Ma è, altresì, un romanzo di formazione. La storia delle due protagoniste, in fondo, sottende e suggerisce alla donna, e non solo alla donna, un impegno ad uscire da una vita “sospesa”, un impegno a realizzare concretamente la misura della libertà, ad assumere in sé l’esistenza nelle proprie possibilità aperte e, coerentemente con la propria intima misura di progettualità, a viverla e a non “mancarla”.

Eugenio Maria Gallo