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Incoraggiare la lotta contro lo spreco alimentare. Oggi domenica 5 febbraio , Giornata Nazionale di Prevenzione dello spreco alimentare.

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Oggi, domenica 5 febbraio, è la Giornata Nazionale di Prevenzione dello spreco alimentare. Questa  ricorrenza  è stata istituita per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla questione dello spreco alimentare e incoraggiare pratiche sostenibili e responsabili per ridurre lo spreco di cibo. In tutto il mondo, molte organizzazioni e gruppi promuovono attività per promuovere la consapevolezza e incoraggiare la lotta contro lo spreco alimentare.  Si calcola che il 40% del cibo prodotto venga  sprecato rispetto al 30% di due anni fa. Cifre che si scontrano con un paradosso: ogni anno 828 milioni di persone soffrono la fame nei Paesi più poveri. Sprecare cibo significa, inoltre,  sprecare le risorse naturali  necessarie per la sua produzione e di conseguenza  riversare  enormi quantità di CO2 nell’atmosfera circostante. Si calcola che lo spreco alimentare rappresenti il 10% delle emissioni di CO2. Il 53% dello spreco alimentare in Europa inoltre è imputabile al consumatore: in Italia sono 67 i kg di cibo pro capite sprecati in un anno a livello domestico. Una quantità che si può facilmente ridurre attraverso una lettura intelligente e accurata delle etichette. Come? Indicando sui prodotti in vendita, oltre alla dicitura “Consumarsi preferibilmente entro il…”, il TMC, ovvero il “Termine Minimo di Conservazione”. Molti alimenti infatti sono buoni da consumare anche oltre la data di scadenza. Basta affidarsi al buon senso e ai nostri sensi. Ecco perché il TMC avvisa “Spesso Buono Oltre. Osserva, annusa assaggia”.Andrea Segrè, ideatore della Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare spiega all’AGI quali sono i comportamenti virtuosi per non sperperare alimenti ancora buoni. Dal carrello della spesa, al frigorifero, fino al cestino che “deve restare vuoto”.

Il  ‘suo’ Osservatorio rappresenta la  bussola del comportamento degli italiani: il cibo pro capite buttato ogni settimana è più di mezzo chilo (524,1 grammi) vale a dire 27,253 kg annui. Monetizzando il fenomeno: 6,48 miliardi di euro finiscono nella pattumiera nell’arco di 12 mesi.

“Ciò nonostante  quest’anno lo spreco è diminuito del 10 per cento invertendo una tendenza che durante la pandemia era in crescita”. E nel cestino, paradossalmente, finiscono i ‘gioielli’ della dieta mediterranea. “Frutta, ortaggi, pane, patate che – sottolinea l’agroeconomista – rappresentano la base di una sana alimentazione. Compriamo troppo e conserviamo il cibo in mondo non corretto. Lasciamo deperire gli alimenti in frigorifero non sapendo che ogni scomparto ha una temperatura diversa ed è adatto ad un determinato alimento. Uno dei punti fondamentali poi è fare una spesa ragionata. Poi è importante differenziare tutto in modo che il cestino rimanga quasi vuoto”.

Lo Sprecometro

In aiuto a chi sperpera quotidianamente latte, focacce, arance, pasta o prosciutto è in arrivo lo “Sprecometro”, una app creata dallo stesso Segrè e dal suo team che agisce come ‘specchio’ delle nostre cattive abitudini e da buon ‘grillo parlante’ ci fornisce soluzioni.

“Con questo strumento  – spiega il fondatore di Last Minute Market all’Agi-  – siamo in grado di calcolare in soli 3 minuti quanto e cosa sprechiamo. Anche in termini d’impatto ambientale perché per produrre un alimento si utilizza energia, acqua e terra. Poi in base al profilo emerso ‘Sprecometro’ ci dà una serie d’indicazioni. Si può anche ‘competere’ in modo virtuoso per scalare la classifica da ‘sprecone’ fino a ‘parsimonioso’. L’obiettivo è agire tutti insieme altrimenti nel 2030  saremo ancora qui a parlare delle stesse cose e non avremo raggiunto il traguardo che ci chiede l’Onu, ovvero dimezzare lo spreco di alimenti”. L’Italia si consola guardando la classifica dei Paesi ‘spreconi’ . “Dai dati dell’Osservatorio il nostro Paese  – rivela Segrè  – è nella parte bassa di questa classifica ma c’è ancora molto da fare”. Anche come sistema Paese. A partire dalla raccolta e dallo smaltimento dei rifiuti.  “Manca un’omogeneità tra le diverse città. Ma soprattutto occorre un patto tra chi gestisce i rifiuti e chi li produce per una comune azione. Una sorta di mutuo soccorso. A monte differenziare i rifiuti e a valle garantirne un corretto smaltimento trasformandoli in risorse per l’energia circolare.